L’invenzione letteraria della Libia

 

Sotto i colpi dei ribelli, crolla il regime di Muammar Gheddafi. Secondo alcuni osservatori, insieme al potere del colonnello, si frantumerà la stessa realtà politica della Libia. Nella migliore delle ipotesi, si potrebbe ritornare all’antica scomposizione che vedeva da un lato la Cirenaica, con Bengasi, e dall’altro la Tripolitania. Scenari diversi vedono invece una polverizzazione del territorio libico in quello che realmente è: la convivenza di una miriade di tribù, in perenne conflitto tra loro.

La verità è che la Libia, nata ufficialmente cento anni fa, non è mai esistita nella realtà. La Libia non è mai stata altro che un’invenzione letteraria, sapientemente utilizzata dagli italiani per realizzare un proprio progetto coloniale. E questo ci fa capire perché l’Italia non ha una responsabilità secondaria nella formazione di questo “mostro mediterraneo” che ha rappresentato il regime libico. Un regime che – giova ricordarlo – oltre a privare un popolo della democrazia, ha negato al paese una struttura istituzionale e la certezza del diritto. Nessuno qui in Italia ha mai riflettuto su cosa potesse significare, soprattutto per gli operatori economici, il problema dell’esistenza proprio al centro del Mediterraneo di un paese completamente privo di legalità.

Qualche ragione c’è, perché, come spiega Giovanni Fasanella, «nel 1969 un golpe militare cacciò dalla Libia il filo-britannico Re Idris e portò al potere il giovane Colonnello Gheddafi. Quel colpo di stato venne organizzato in un albergo di Abano Terme, in Veneto, dai Servizi segreti italiani. Gheddafi era una nostra creatura, aveva studiato nelle accademie militari italiane».

Ma c’è anche una seconda ragione, che ha una radice ancora più profonda e proviene da un passato remoto. Come si diceva, la Libia è stata un’invenzione letteraria per giustificare l’idea stessa dell’Italia e di un presunto predominio di Roma nel Mediterraneo. Fu Virgilio, nell’Eneide, a raccontare del naufragio di Enea sulle coste libiche dove la missione di fondare in Italia la potenza imperiale di Roma rischiò di essere compromessa dalla fatale attrazione delle bella Didone. La regina, sedotta da Enea e poi abbandonata, lanciò una maledizione dalla quale sarebbe scaturita eterna inimicizia tra i due popoli.

Siamo nel campo della letteratura; eppure, incredibilmente, questa narrazione fu presa a pretesto per giustificare, in epoche più recenti, una pretesa coloniale italiana. Nel 1911, la Tripolitania e la Cirenaica furono occupate militarmente, unificate e ribattezzate col nome latino di Libia.

L’impresa doveva offrire all’Italia la possibilità di collocare gli esuberi di manodopera, altrimenti condannati a emigrare nelle lontane Americhe, sulle vicine sponde nordafricane del Mediterraneo. Giovanni Pascoli, nel memorabile discorso “La grande proletaria si è mossa”, pronunciato in occasione della conquista, lo spiega non senza toni retorici: «Prima ella [l’Italia] mandava altrove i suoi lavoratori che in patria erano troppi e dovevano lavorare per troppo poco. Li mandava oltre alpi e oltre mare a tagliare istmi, a forare monti, ad alzar terrapieni, a gettar moli, a scavar carbone, a scentar selve, a dissodare campi, a iniziare culture, a erigere edifizi, ad animare officine, a raccoglier sale, a scalpellar pietre; a fare tutto ciò che è più difficile e faticoso, e tutto ciò che è più umile e perciò più difficile ancora: ad aprire vie nell’inaccessibile, a costruire città, dove era la selva vergine, a piantar pometi, agrumeti, vigneti, dove era il deserto; e a pulire scarpe al canto della strada. Il mondo li aveva presi a opra, i lavoratori d’Italia; e più ne aveva bisogno, meno mostrava di averne, e li pagava poco e li trattava male e li stranomava. […] Così queste opre tornavano in patria poveri come prima e peggio contenti di prima, o si perdevano oscuramente nei gorghi delle altre nazionalità. Ma la grande Proletaria ha trovato luogo per loro: una vasta regione bagnata dal nostro mare, verso la quale guardano, come sentinelle avanzate, piccole isole nostre; verso la quale si protende impaziente la nostra isola grande; una vasta regione che già per opera dei nostri progenitori fu abbondevole d’acque e di messi, e verdeggiante d’alberi e giardini; e ora, da un pezzo, per l’inerzia di popolazioni nomadi e neghittose, è per gran parte un deserto».

Le “popolazioni nomadi e neghittose” non mostrarono però molta gratitudine nei confronti dei coloni italiani, nonostante in ciò che fu definito “uno scatolone pieno di sabbia” questi pensassero di avervi portato note d’allegria, come quella pirotecnica canzone che fa: «Al vento africano che Tripoli assal / già squillan le trombe, / la marcia real. / A Tripoli i turchi non regnano più: / già il nostro vessillo issato è lassù… // Tripoli, bel suol d’amore, / ti giunga dolce questa mia canzon! / Sventoli il tricolore / sulle tue torri al rombo del cannon!»

Il sogno coloniale di una Libia italiana si infranse, come tutti i colonialismi, contro la dura realtà della seconda guerra mondiale, nonostante il tentativo di rivisitazione da parte di Enrico Mattei, il quale più che quello degli aridi terreni agricoli, sognava lo sfruttamento delle risorse petrolifere libiche. Ma neanche questo neocolonialismo ebbe migliore fortuna e Mattei, in particolare, morì di morte violenta.

Proprio come vaticinato dalla regina Didone, dalla Libia l’Italia non ha avuto altro che maledizioni e non si capisce come mai i nostri governi abbiano voluto sostenere un despota come Gheddafi e nonostante, per giunta, la palese ingratitudine. Nonostante, soprattutto, il governo italiano avesse salvato la vita al rais, rivelandogli l’imminenza di un bombardamento americano sulla sua residenza. Fu una “soffiata” che per il nostro paese e per la nostra classe politica ebbe conseguenze molto pesanti e che compromise il rapporto di lealtà nei confronti degli Stati Uniti. Tanto l’Italia era disposta a pagare per salvaguardare il vago mito della Libia.

Paolo Tritto

Author

La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.