Lo straniero

 

In “centro”, mi imbatto in un tipo che conosco “di vista” da oltre 20 anni. Un bel giorno, io e questo tizio, abbiamo deciso di salutarci ma è accaduto in un tempo talmente distante che non ci è dato ricordare come e perchè. In provincia è facile salutare una persona per un’intera esistenza senza averci mai scambiato neanche mezza parola, se non, appunto, l’abitudinario “ciao”. Cosi’, io e questo illustre sconosciuto, ci salutiamo nuovamente e rinnoviamo questo tacito retaggio. Lui stringe un megafono tra le mani, io un albo di Super eroi.

L’amico oscuro dichiara: “L’Italia sono anche io”. Penso: “E non ti vergogni?”. Vorrei dirglielo davvero, ma in tedesco. Non conoscendo la lingua germanica, taccio. L’equivoco è presto fugato. L’Italia sono anche io è una organizzazione che, a suo dire, si prefigge nobili scopi. Per scoprire quali, mi dice, devo avvicinarmi ad un banchetto dove potrò essere delucidato su tutto. A me, sinceramente, i banchetti in piazza, mi fanno venire l’orticaria, ed oggi, in particolare, ho anche dimenticato il Bentelan. Ogni persona particolarmente soggetta ad allergie, dovrebbe sempre averlo a portata di mano.

Decido di correre il rischio, perché dietro il consunto tavolino, c’è una donna che mi piace tanto. Un’altra persona che conosco “di vista” e che quindi saluto regolarmente, ma che contrariamente all’uomo con il megafono, trovo molto interessante. Per un attimo mi gelo e mi vergogno di me stesso. “Sono come Berlusconi” rimugino “Mi attivo solo per la fica!” Ma poi trovo un referente più blasonato: Freud. Quindi, rasserenato mi avvicino al banchetto.

La signorina per la quale nutro una segreta ed inconfessabile passione mi accoglie con un sorriso. Mi svela le finalità dell’organizzazione. “L’Italia sono anche io” raccoglie firme e forze per riconoscere i diritti di cittadinanza ai figli degli stranieri nati nel nostro bel Paese o giunti da piccoli. Mi dice che anche Napolitano è d’accordo e che la Dichiarazione dei diritti umani, siglata nel 1948, va applicata senza remore. Io annuisco. L’unica cosa che mi interessa in questo momento sono i suoi occhi verdi. Quello col megafono, per me, è più straniero di un extracomunitario, ma, non so se la dichiarazione dei diritti umani contempli che rompa il cazzo in piazza.

Firmo tutto quello che c’è da firmare. In questo momento, per lei, farei anche le barricate in piazza, se non fosse che creano falsi miti di progresso. Mi sento come loro, dietro il banchetto, voglio far parte del loro movimento. Voglio sposare le loro istanze. Voglio essere italiano anche io. Come il conformista di Moravia sarei disposto ad  uccidere, ma, solo per lei.

Il breve incontro termina. C’è altra gente che deve firmare. Mi allontano. Mi sento un idiota, parecchio Dostoevskijano. Molto più di quanto Moravia sia mai riuscito ad essere. Lo straniero col megafono mi saluta e sorride compiaciuto. Ormai ho firmato e forse pensa che siamo più vicini. No, non gli sparerò, come mi suggerisce per un attimo Camus. Anzi, gli concedo nuovamente cittadinanza nella mia vita e ricambio il saluto. Me ne vado. Solo. Trovo giusto che gli extracomunitari votino ed abbiano eguali diritti dei miei. Passerò l’intero pomeriggio a scoprire quali.

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<p>La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.</p>