Lo studente

 

C’è un film, con Jim Carrey, in cui il protagonista per qualche motivo che non conosco si ritrova nella condizione di non poter più mentire. Da quel momento la sua vita diventa un inferno. La verità insomma è pericolosa. Caterina Caselli lo teorizzava in tempi non sospetti.

Oggi ho avuto il desiderio di mangiare uno “studente”. Non lo faccio da decine di anni. Come una madeleine di Proust il dolce biscotto di cioccolato mi promette un tuffo nel tempo perduto. Penso, ma potrei sbagliare, che si chiami “lo studente” per via del suo costo molto accessibile, a portata di tutti, anche degli studenti. Ovviamente sono echi di un passato romantico, visto che oggi i soldi non ce li ha quasi più nessuno.

Entro nel bar che ancora produce questo anacronistico pasticciotto e riscontro che è ancora economico. 60 centesimi. Pago e mi avventuro nel primo morso, già inebriato dal salto nel tempo che sto per intraprendere. Non mi spezzo un dente per miracolo. Lo studente non è un biscotto morbido ma quando è fresco è vagamente spugnoso. Invece questo, sembra un mattone. Tra l’altro la forma dello studente ricorda già di suo un laterizio. Il biscotto è duro, dicevo, ma anche privo di ogni sapore. Tutto il mio passato viene di colpo cancellato e mi ritrovo alla deriva nel presente con frammenti di pietra al cioccolato tra i denti. Non riesco ad esimermi dal dire quello che penso al barista. Vale a dire la verità: “Questo biscotto è orribile. Immangiabile.” Accada quel che accada. Che la mia vita diventi pure un inferno come quella di Jim Carrey in quel film commerciale americano. Meglio l’inferno che essere condannato ad un futuro in cui “lo studente” è diventato un minerale.

A dispetto di ogni funesta aspettativa il barista annuisce e mi confessa candidamente che “lo studente” è stato fatto un paio di giorni prima e a causa del caldo sopraggiunto repentinamente, la pasta si è asciugata e ha perso ogni sua qualità. Praticamente è consapevole dell’avermi venduto una schifezza e lo ammette. Non lo dice con il tono contrito e languido di chi confessa un delitto ma piuttosto con la franchezza di un amico che ha fatto una gaffe.

A questo punto dovrei essere io quello che reagisce in modo sconveniente ma prevale l’ammirazione per la sua sincerità. Il barista, come me, ha detto la verità. Io, mettendo da parte la saggezza conformistica gli ho detto che il suo biscotto era pessimo e lui ha fatto altrettanto, senza cercare scuse.

Insomma, la verità, contrariamente a quello che accade in quel film sopracitato o nella canzone della ragazza dal casco d’oro, non fa necessariamente male. Anzi, ci sprofonda in una strana forma di rilassatezza. Io e il barista ci guardiamo quasi con dolcezza, tutta quella che mancava nel biscotto. Lui mi offre un’alternativa e mi invita a fare una sostituzione. Io accetto ed esco sereno dalla pasticceria.

Avrei potuto mentire e mi sarei gravato di minuti o anni di rancore. Invece, addento una ciambella zuccherata, appena sfornata.

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La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.