Intervista | Luigi Abiusi

Si sta avvicinando la febbre della Biennale Cinema di Venezia. Mancano pochi giorni: start 30/8 e conclusione fra meno di un mese 9/9.
Per la 74.ma edizione sono in programma molti
premi, oltre al Leone d’Oro per il miglior film:

  • il Leone d’Argento – Premio per la migliore regia;
  • la Coppa Volpi, per la migliore interpretazione sia maschile che femminile;
  • il Premio per la migliore sceneggiatura;
  • il Premio Speciale della Giuria;
  • il Premio Marcello Mastroianni, che verrà assegnato a un giovane attore o attrice emergente.

Nella Giuria come “membro del comitato di selezione” alla Settimana Internazionale della Critica del Festival di Venezia, già da un paio d’anni, c’è Luigi Abiusi, che vi presento oggi alle interviste di F052.

Vediamo un po’, chi è Luigi?

È:

  • FILM PROGRAMMER alla ‘Settimana Internazionale della Critica’ al Festival del Cinema di Venezia;
  • ART DIRECTOR a “Registi fuori degli sche(r)mi”;
  • DIRECTOR per Uzak – Trimestrale online di cultura cinematografica;
  • FILM CRITIC a Filmcritica di Roma, Duels.it e Filmparlato.com;
  • ADJUNCT PROFESSOR all’Università Aldo Moro di Bari, all’Istituto Universitario per mediatori linguistici Carlo Bo di Bari e all’Italian Culture on the Net di Pisa;

ma soprattutto è un caro amico!

Franco Maresco e Luigi Abiusi presso Cineporto

Urge una sterzata! Cerchiamo di conoscerlo più a fondo …

Puoi raccontarci della tua esperienza come Selezionatore per la Settimana Internazionale della Critica del Festival di Venezia?

L’esperienza come membro del comitato di selezione o semplicemente Selezionatore per la Settimana della Critica (Mostra di Venezia), esalta tutto un lavoro pregresso (tra letteratura, cinema, musica, ecc.), proprio un’indole a visioni a oltranza. Si tratta di esercitare la facoltà di riconoscimento e illustrazione delle poetiche contemporanee: il che dà un gran piacere, pur nella fatica della selezione serrata; un complesso di emozioni che sono quelle provenienti dalla dialettica superiore dell’arte visuale. Ecco, direi un piacere legato alla liricità delle immagini, piuttosto che alla narratività.

Cosa nutre la tua passione per il cinema?

Innanzitutto bisognerebbe definire il termine “passione”, non disgiungendolo da quello di “ricerca”. Non esiste passione senza studio, ricerca, e senza una profonda motivazione di base, una ragione, diciamo così, fenomenologica. È la volontà di conoscere il mistero delle cose che nutre la mia passione per il cinema, la letteratura, la musica.

Esiste un metodo in quello che fai?

Cogliere le corrispondenze tra le cose. E poi le suggestioni vanno dosate. Il testo deve essere ponderato, coeso, (in)coerente.

Le tue preferenze?

Trasponendo tutto ciò all’arte direi: piani-sequenza, armonie, misticismo. In sintesi Solaris e Stalker di Tarkovskij e almeno Lo spirito dell’alveare di Erice.

In letteratura Il grande Meaulnes di Henri Alain-Fournier e La pietra lunare di Landolfi; in musica direi Hallogallo dei Neu.

Cosa non deve mai mancare sulla tua tavola (si intende nel tuo progetto/lavoro)?

Le materie prime: i film, i libri, i dischi, le persone con cui condividerli.

C’è uno sfizio che ti sei concesso?

Un impianto audio di tipo hi end, costituito da apparecchi di estrema precisione. Il fine è l’assoluta pulizia e un determinato timbro del suono.

Cos’è che non ti stancherai mai di fare?

Sesso, guardare film, leggere saggi di critica letteraria, ascoltare lo space rock danese, mangiare pasta.

E di cosa invece ti sei stancato?

Dell’ambiente accademico.

Un consiglio (visitare, guardare, mangiare…)?

Viaggio solo per lavoro: per lo più nelle città dei vari festival del cinema. Mi piace molto Torino, per l’aria che si respira, le strade notturne, il fermento culturale. Ma i ristoranti migliori li ho trovati sempre al sud. Ah! C’è il ristorante di un hotel a Venezia, in un palazzo quattrocentesco, di cui però non ricordo il nome.

Se non facessi quello che fai chi o che cosa vorresti essere?

Ti deluderò, ma mi piacerebbe un lavoro privo di responsabilità.

Hai progetti per futuro?

Cercare di arginare l’ossessione del futuro.

E in dulcis in fundo, cosa ne pensa un cultuore del grande schermo dei Social Network?

I social media, fuori dalla retorica, sono diventati essenziali per velocizzare e intensificare la comunicazione: per il mio lavoro sono essenziali. D’altro canto hanno anche accentuato il livello di aggressività e di violenza della società cosiddetta postmoderna. Perciò, per quanto mi riguarda, ne faccio un uso, come dire, umanistico.
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Arte, arte e ancora arte. Non posso farne a meno... Il mio motto è: "Meglio essere piccoli e vedere grande, che essere grandi e vedere piccolo!"