l’ultimo terrestre al cinema

 

Facciamo subito una distinzione: girare un film è una cosa, disegnare un fumetto è un’altra.

Tra le due azioni, però, c’è un’analogia: si racconta una storia; c’è una sceneggiatura.

Può capitare, quindi, che un regista possa cimentarsi nella stesura di un fumetto o, viceversa, che un fumettista possa concedersi di girare un film.

Sia chiaro, il riferimento non è alle trasposizioni-blockbuster di classiche graphic-novel targate Marvel o Dc Comics (sempre più frequenti negli ultimi anni e non sempre riuscite) ma alle strisce di Gian Alfonso Pacinotti, talentuoso e efficace fumettista di Pisa, che ha deciso di trasporre un suo “racconto grafico” sul grande schermo.

Nasce così “L’ultimo terrestre”, pellicola italiana ambiziosa in quanto di fantascienza (genere non propriamente italiano) presentata all’ultimo Festival di Venezia, e ora in programmazione nelle sale italiane d’essai.

La storia è quella di Luca Bertacci (interpretato da Gabriele Spinelli, ndr), commesso di un Bingo, quarantenne solo e per questo avvezzo alla compagnia, che sogna di potersi costruire una vita con la vicina di casa, nel frattempo invaghita di un cialtrone bel tenebroso che mette la filosofia spicciola di periferia, nella quale principalmente è ambientato il film, a servizio di una fallace teoria sull’avvento degli extraterrestri nella Penisola. Luca cerca di costruirsi una vita diversa da quella di suo padre (un Roberto Herlitzka pur funzionale allo scopo), colpevole di avergli inculcato una visione troppo semplicistica delle donne, al punto da essersi costretto in solitudine e di aver ridotto il figlio ad un destino simile cui trova rimedio assecondando pulsioni sessuali attraverso annunci erotici pubblicati su quotidiani di una provincia non meglio identificata ma allineata sugli standard medi italiani. Il problema è che gli alieni a un certo punto arrivano davvero, per contrasto uno, o meglio una, di questi finisce col rifugiarsi presso la dimora di campagna del padre di Luca, dove pensa di trovare per certi versi persino l’amore, salvo poi restarne delusa.

La chiave del film, in sostanza, è proprio questa: lo spauracchio dell’alieno (nell’accezione del “diverso, dell’inconsueto) si rivela infondato. Quest’ultimo si rivela più “maturo” e pronto al contatto con la Terra del terrestre stesso, al punto che Luca si scopre centro di un universo umano che si è smarrito e non riesce a trovare più una direzione, dai suoi colleghi a suo padre, passando per la donna che ama, quella vicina che pur riesce ad avvicinare a causa della morte del gatto di quest’ultima, che incrocia per un attimo la sua umanità, salvo poi lasciarsela sfuggire.

Il risultato? Un affresco sull’alienante dis-umanità del terzo millennio che però alla fine si risolve in un ritratto un po’ didascalico dell’Italia attuale, più persa dietro le apparenze e le convenzioni che dietro la sostanza dell’essere.

Lo sapevamo. Ecco perché il film, nonostante resti suggestivo e si faccia ricordare (complice anche una colonna sonora elettronica di buon livello firmata da Valerio Vigliar), finisce col risolversi in un affresco grottesco, surreale e allegorico della società moderna.

Ma non c’è spessore, manca la profondità della narrazione cinematografica che mai come in questo caso sarebbe stata funzionale al concept di partenza. Come dire: la bidimensionalità del fumetto resta tale anche nella trasposizione cinematografica. Se la storia, invece, fosse stata data in mano a uno sceneggiatore da grande schermo (Pacinotti firma anche la sceneggiatura, ndr) e ad un regista esperto, il risultato sarebbe stato sicuramente diverso.

Quanto scritto, però, non va preso di certo come una stroncatura.

Di fondo resta il coraggio di Pacinotti di essersi avvicinato al cinema con una scommessa ardua, di aver osato con un copione insolito e il monito, quello comunque resta in piedi, lanciato ad una società che preferisce involversi con consapevolezza anziché assecondare l’innata tendenza all’evoluzione.

E’ per questo che attendiamo con ansia la prossima graphic-novel di Gipi, come Gian Alfonso Pacinotti firma le sue strisce.

Voto: 5,5.

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<p>La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.</p>