L’uomo che manovra Jeeg Robot

Da supereroe a superfilm.
In poche settimane dalla sua uscita “Lo chiamavano Jeeg Robot” si è trasformato in una rivelazione, anche se annunciata.
Una pellicola italiana diversa, fuori dal “mucchio”, che strizza l’occhio ai kolossal “marveliani” a stelle e strisce senza peccare di personalità, metabolizzando un cliché e restituendolo a modo proprio.
Merito di un bel cast, artistico e tecnico, che è riuscito a portare una ventata d’aria nuova in un cinema peninsulare sicuramente risollevatosi rispetto al passato ma decisamente poco originale.
E i tre milioni di incasso e le 16 nomination ai David di Donatello ne sono la conferma.
Guido Martini, a Roma, ha avuto la possibilità di conversare, ancorché di intervistare, amichevolmente, Menotti, co-sceneggiatore del film.
Questa è la “trascrizione fedele” della godibile chiacchierata.

Esiste qualche formula ignota ai profani che, nelle mani di un professionista, consente di prevenire (almeno il maggior numero di) eventuali stroncature da parte della critica?
“Evidentemente no, altrimenti basterebbe applicarla alla lettera per assicurarsi una carriera di successi. E’ chiaro che una sceneggiatura solida offra più garanzie di una sceneggiatura banale o strampalata, ma non è una condizione necessaria né sufficiente per intercettare il gusto di chicchessia. La critica, come il pubblico, è fatta di individui, ciascuno col proprio bagaglio di esperienze, preferenze ed idiosincrasie. Inoltre la storia di qualsiasi forma d’arte è la storia di opere che compaiono in ossequio o in reazione a quelle precedenti. Se la critica di tanto in tanto non venisse disorientata, scandalizzata, perfino disgustata da certe opere, la storia dell’arte si sarebbe fermata a quella degli antichi Egizi”.

Quando realizzi i tuoi plot, esistono corrispondenti prefissi coi quali immagini di confrontarti?
“Se ti riferisci a persone del cui giudizio mi fido, e che idealmente potrebbero aiutarmi a migliorare ciò che ho scritto, ne ho in mente un paio, ma le dovrei pagare. Sono script doctors professionisti che ho incontrato sui libri o di persona nella mia carriera: Ellen Sandler, Chris Vogler, Dara Marks. Fratelli, amici e colleghi mi vogliono troppo bene o sono troppo narcisisti per garantirmi un feedback spassionato. I produttori sono sempre troppo occupati. Quando disegnavo fumetti, avevo fatto mia un’abitudine se non sbaglio di Scozzari, che si era inventato la prova della nonna. Bisognava far leggere la propria storia alla nonna: se lei ci capiva qualcosa, voleva dire che funzionava. Ma una sceneggiatura, al contrario di una storia a fumetti, non è un’opera completa. Piuttosto, è una partitura, e come tale ha bisogno di gente in grado di decifrarne i codici. Anni fa, ricordo di aver fatto leggere il copione di una mia sit-com a una ragazza che frequentavo e mi stava particolarmente a cuore. Io ero tutto entusiasta, ma lei in venti minuti di lettura non fece neanche l’accenno di un sorriso. Dopo qualche mese mi lasciò, e niente mi toglie dalla testa l’idea che l’intenzione le sia venuta allora”.

È conveniente provare empatia verso i personaggi delle proprie opere?
“Per quanto mi riguarda, è assolutamente necessario. Se la sorte dei miei personaggi non interessa a me, come posso sperare che interessi ad altri?”.

C’è qualche attore scomparso a cui avresti voluto cucire addosso una sceneggiatura?
“Franco Fabrizi. Il più vitellone dei vitelloni felliniani, un emiliano di Cortemaggiore, trapiantato a Roma esattamente come me. Insieme a mio fratello Marco Marchionni, ho scritto una sceneggiatura ambientata nell’Italia degli Anni Sessanta, con un personaggio pensato apposta per lui”.

A tuo avviso, il cinema italiano potrebbe mai tornare a rivivere l’epoche d’oro come quella degli anni ’60?
“E’ un tema sul quale ho una opinione piuttosto radicale. Decenni di politiche culturali di stampo assistenziale hanno creato un sistema in cui le sovvenzioni pubbliche sono diventate una sorta di ammortizzatore sociale per i lavoratori dello spettacolo, e in cui i produttori – anche quelli in buona fede – hanno scarso interesse a distribuire i film che realizzano. Inevitabilmente la spinta all’innovazione si è prosciugata, e il nostro cinema si è polarizzato in commedie di Natale per le masse e tragedie autorial-generazionali per le elités. Ironicamente, il denominatore comune dei due filoni (salvo eccezioni fortunate) è l’incapacità di varcare i confini italiani, per non dire del Raccordo Anulare. Io butterei via tutto, ampliando al massimo l’area del tax credit e degli sgravi fiscali a discapito delle sovvenzioni. Perché il cinema italiano torni ai fasti del’epoca d’oro, è fondamentale che i produttori abbiano interesse a rischiare i propri soldi in idee nuove, con l’obiettivo di conseguire un profitto. In sostanza, è fondamentale che quello del cinema torni ad essere un mercato”.

Una lettura e/o una visione che raccomanderesti, come fonte d’ispirazione, per coloro che vorrebbero intraprendere il tuo mestiere?
“Guardare e studiare Adaptation, scritto da Charlie Kaufman e girato da Spike Jonze. Un vero film postmoderno, d’autore e di genere al tempo stesso. Una pietra tombale sulle ragioni di una vera differenza tra cultura alta e cultura bassa”.

C’è qualcosa che aborriresti al sol pensiero che venga inserito nella trasposizione di un tuo progetto?
“La stessa idea che si possa seriamente pensare di inserire qualcosa in un progetto, senza stare a sentire l’autore. Non è questione di dignità professionale o chissà cosa, è proprio una cazzata produttiva che accomuna una lunga serie di prodotti inguardabili. Una delle differenze più profonde tra le serie TV americane e quelle italiane, è il grado di controllo demandato all’autore sul processo produttivo della sua creazione. Anche qui, l’autore-showrunner non è garanzia di eccellenza in assoluto, ma è un passo enorme in questa direzione”.

Qualche parolina, data l’occasione, riguardo la tua ultima fatica, LCJR?
“E’ stata un’esperienza lunga, bella, a tratti dolorosa, ma molto formativa e straordinariamente appagante. Okay, è stata anche divertente, ma è un aggettivo che non uso volentieri”.

Cinque aggettivi con cui descrivere il processo di scrittura?
“In ordine cronologico:

  1. è tutto fantastico
  2. è tutto una merda
  3. è tutto più difficile (di quanto mi ero immaginato)
  4. è tutto in ritardo
  5. non avrò sbagliato tutto?”