l’uomo coperto di tatuaggi

 

«Parker aveva quattordici anni, quando, a una fiera di paese, aveva visto un uomo coperto di tatuaggi dalla testa ai piedi. Salvo il basso ventre, avvolto in una pelle di pantera, il corpo dell’uomo era coperto da un unico disegno intricatissimo, a colori squillanti, o almeno così era sembrato a Parker che era quasi in fondo alla tenda, in piedi su uno sgabello. L’uomo, piccolo e tarchiato, camminava su e giù lungo la piattaforma, flettendo i muscoli, in modo che l’arabesco di uomini, animali e fiori sul suo corpo sembrava animato da una misteriosa vita propria. Parker era pieno d’emozione, esaltato come certa gente quando vede passare la bandiera».

Fu questa, per il quattordicenne Parker, una sconvolgente visione che segnerà tutta la sua vita. Il brano è tratto da un racconto della scrittrice americana Mary Flannery O’Connor che si intitola La schiena di Parker. Di sconvolgente, nel racconto, c’è anche la visione della O’Connor. Potrebbe sembrare ossessivo il suo sguardo sulla realtà fisica dell’uomo, su un mondo «caro vecchio lurido». Ma questo mondo ripugnante, misteriosamente, riuscirà a suscitare l’irresistibile stupore del giovane Parker.

«Era un ragazzetto che di solito guardava tutto a bocca aperta: massiccio, leale e ordinario come una pagnotta. Quando lo spettacolo era terminato, era rimasto in piedi sulla panca, con gli occhi fissi nel punto dove aveva visto l’uomo tatuato, fino a quando la tenda non si era svuotata quasi del tutto. Prima d’allora, Parker non aveva mai provato il più vago moto di stupore per se stesso. Finché non aveva visto l’uomo della fiera, non gli era mai venuto in mente che ci fosse qualcosa di straordinario, nel fatto di esistere».

Era ancora giovanissimo quando si era fatto tatuare un’aquila appollaiata sul cannone. Fu il primo tatuaggio di una lunga serie che ridurrà il suo corpo a «un arazzo ambulante», come scrive Flannery O’Connor. «La parte anteriore era quasi tutta coperta, ma sul dorso non c’era nulla. Parker non voleva tatuaggi dove non poteva vederli subito, comodamente». Non aveva senso un tatuaggio senza la possibilità della sua contemplazione.

Ma quando poi il giovane prese moglie pensò di aver trovato finalmente qualcuno che potesse rivolgere lo sguardo all’altra metà del suo corpo, su quella schiena che egli non poteva personalmente ammirare. Parker pensava di aver trovato nella moglie qualcuno che potesse condividere questa sua esperienza contemplativa, rivolgendo i propri occhi sull’“arazzo ambulante” del suo corpo tatuato. E il suo corpo era tutto per lui. L’ingenuo Parker non considerava che molto spesso una moglie è invece la persona più estranea che ci sia. Infatti, Obadiah Elihue Parker e sua moglie Sarah Ruth vivevano la loro vita uno accanto all’altra non diversamente da quelle due rette parallele che, per quanto vicine possano correre, sono destinate a non trovare mai alcun punto di contatto tra loro. «Il matrimonio non cambiò di una virgola Sarah Ruth e rese Parker ancora più duro». Comunque, la donna aveva liquidato la questione dei tatuaggi così: «Per me sono idioti tutti quelli che si fanno tatuare».

Tutti quei tatuaggi dovevano essere, per la signora Parker, incompatibili con una vita, come era la sua, tutta compressa in inderogabili precetti religiosi; Sarah Ruth gli diceva: «Davanti al tribunale di Dio, Gesù ti domanderà: “Che cos’hai fatto nella tua vita, oltre a riempirti di disegni tutto il corpo?”». La moglie di Parker «era brutta, davvero brutta. Aveva la pelle della faccia sottile e tirata come quella di una cipolla e gli occhi grigi e acuminati come due punteruoli di ghiaccio». Brutto era anche il suo Dio, reso sgradevole da un’incorruttibile, aliena e nauseante purezza.

L’americano Parker, degno figlio del suo adorabile continente imbambolato, è però certo, nella sua ingenuità, di poter scalfire la refrattarietà della moglie. Ritiene di aver trovato l’appiglio giusto: l’interesse, così totalizzante nella donna, per la religione.

«L’artista di tatuaggi» scrive Flannery O’Connor, «aveva due grandi stanze, disordinate e piene di roba, sopra lo studio d’un callista, in una viuzza interna. Parker, ancora a piedi nudi, gli piombò in casa senza rumore poco dopo le tre del pomeriggio. L’artista, che aveva circa l’età di Parker, ventotto anni, ma era esile e calvo, era al tavolo da disegno a ricalcare uno schizzo con l’inchiostro verde. Alzò lo sguardo, irritato, e parve non riconoscere Parker nella creatura dagli occhi infossati che gli stava davanti».

Parker lo guardò come un invasato: «Mi faccia vedere il libro con tutti i ritratti di Dio».

Sfogliando il catalogo dell’artista, fu trafitto dai bagliori di un’immagine, «di un Cristo bizantino dagli occhi divoranti».

«Questo le costerà un mucchio di soldi» osservò inizialmente l’artista che comunque poi eseguì la sua opera. Parker se ne stava disteso bocconi «immaginando Sarah Ruth che rimaneva senza parole, folgorata dalla faccia sulla sua schiena».

Invece, lo aspettava una reazione ben diversa. Parker urlò alla moglie: «Guardalo! Non stare lì a parlare e basta! Guardalo!» Sarah Ruth rifiutava però di rivolgere il suo sguardo all’immagine abbagliante del Cristo bizantino. «Dio non ha faccia» protestava.

«Nessun uomo vedrà mai il suo volto» spiegò, lasciandosi infine andare a uno scatto d’ira: «Idolatria! Ti scaldi la testa con gli idoli a ogni passo che fai. Io posso sopportare le bugie e la vanità, ma non voglio idolatri in questa casa!»

Poi prese una scopa e cominciò a percuotere violentemente il marito Obadiah Elihue Parker.

«Parker era troppo sbalordito per resistere» conclude Flannery O’Connor. «Restò seduto e lasciò che lei lo picchiasse finché fu sull’orlo dello svenimento, e sul viso del Cristo si formarono grossi cordoni di gonfiore. Poi si alzò e si diresse alla porta, barcollando.

«Sarah Ruth batté due o tre volte la scopa sul pavimento, poi andò alla finestra e la scosse fuori, per liberarla del contagio di Parker. Sempre con la scopa in mano, guardò verso il noce americano, e gli occhi le si fecero ancora più duri. L’uomo che si chiamava Obadiah Elihue era là, appoggiato all’albero, e piangeva come un bambino».

Mary Flannery O’Connor è nata nel 1925 nello stato americano della Georgia ed è morta ad appena 39 anni. Cosa dire di lei come scrittrice? Non potremmo dire molto di più del fatto che la sua è una scrittura violenta. Potremmo ricordarla come una scrittrice che non ha avuto alcun riguardo per la nostra rispettabilità di lettori. Con La schiena di Parker ci sbatte in faccia il nostro aspro destino e l’amara scoperta che il «fatto di esistere», che quello «stupore per se stesso» condanna ciascuno di noi alla notte oscura della solitudine. Se l’uomo non fosse capace di meraviglia, potrebbe trovare appagamento in una qualsiasi delle astrazioni. Meravigliarsi della realtà, invece, lo inchioda alla croce del desiderio, di fronte a un bene che egli non può possedere, ma soltanto desiderare. La meraviglia disarma l’uomo e lo spinge con forza in un mondo di tenebre dove nessuna possibilità egli ha per afferrare una luce. Ma questa angoscia è anche la condizione necessaria perché quella stessa luce possa brillare, se davvero deciderà di brillare.

Piaccia o non piaccia, questa è comunque per Mary Flannery O’Connor la realtà cui bisogna piegarsi. È una realtà tenebrosa che l’uomo non può riuscire a sovrastare, come quel tatuaggio dipinto sulla schiena che Parker non può guardare ma dal quale è dominato. «Gli occhi che ormai dimoravano per sempre sulla sua schiena erano occhi ai quali si doveva obbedire».

Con i suoi scritti, la O’Connor ha esercitato una grande influenza sulla cultura, non soltanto americana. E la sua autorevolezza continua ancora oggi a crescere. Il poeta Attilio Bertolucci, dopo aver letto Flannery O’Connor, disse di esserne rimasto “folgorato”. Ma l’influenza della scrittrice americana è stata trasmessa soprattutto attraverso alcuni uomini di spettacolo, tra cui John Huston, Quentin Tarantino, Nick Cave. E Antonio Spadaro aggiunge che «l’eredità “oconnoriana”, in realtà, è più estesa e dunque si dovrebbe prendere in considerazione, ad esempio, almeno In God’s Country e l’intero album The Joshua Three degli U2, il disco Murmur dei R.E.M., Blood Money di Tom Waits».

Indubbiamente, però, è nella musica di Bruce Springsteen che la presenza di Flannery O’Connor si avverte distintamente. Scrive ancora Spadaro a proposito del Boss: «Jon Landau, recensore della rivista Rolling Stone e poi suo manager, gli aveva consigliato di leggere le opere della scrittrice. Fu per lui una “grande, grande rivelazione”. Questa lettura maturata alla soglia dei 30 anni produsse un notevole effetto. Springsteen si appassionò al racconto A Good Man Is Hard To Find, tanto che scrisse una canzone con lo stesso titolo». È questo un racconto che contiene una della più violente provocazioni della O’Connor: «Non c’è piacere al di fuori della cattiveria».

È il 1982 e il Boss lavora all’album Nebraska. Scrive Springsteen: «A casa, proprio prima di registrare Nebraska, lessi Flannery O’Connor. Le sue storie mi facevano pensare all’inconoscibilità di Dio e suggerivano una spiritualità tenebrosa che, a quel tempo, trovava risonanza con i miei stessi sentimenti». La critica giudicò questo come un album «scritto in un periodo di depressione».

Forse, però, non di depressione si trattava; e la spiegazione di questo cupo sentimento che emerge dalle note di Springsteen andrebbe ricercata piuttosto tra le pagine della scrittrice americana. Il musicista sembra aver accettato la sfida del “walking in darkness” imposta dalla O’Connor.

L’uomo di Springsteen è come quello della O’Connor, che «era là, appoggiato all’albero, e piangeva come un bambino». Ma è un uomo che si abbandona fiducioso a un’attesa. Dopo Nebraska, il Boss compose Born in the U.S.A., dove possiamo trovare il brano Dancing in the Dark che fa vedere l’esito di questa permanenza nelle tenebre. La tua salvezza va ricercata nello sguardo di chi è capace di meraviglia per il tuo corpo sfigurato, per la tua realtà fisica; come per Parker, l’uomo coperto di tatuaggi, era la sua schiena. E basta soltanto questo sguardo a illuminare il buio della tua vita; o, come canta Springsteen, basta a farti “danzare nel buio”. «Mi basta anche soltanto uno sguardo. Non si può accendere un fuoco, non si può accendere un fuoco senza una scintilla». È il refrain del pezzo di Bruce Springsteen inserito nella mediagallery sottostante. Pura energia. Assolutamente da non perdere.

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<p>La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.</p>