Molto rumore per (quasi) nulla

Mario Monicelli, in una intervista nella quale gli si chiedeva un’opinione sul collega Mario Bava, rispose: “Mario è stato sottovalutato quando era in vita e molto sopravvalutato da morto”.

In questa acuta e sintetica risposta di uno dei Padri fondatori della commedia all’italiana, si racchiude, a mio avviso, il rapporto con la cosiddetta cinematografia di serie B (sino ad arrivare alla Z).

Non si può negare il fascino picaresco ed artigianale di certo cinema, seminale e spesso ricco di idee, ma, senza dubbio, negli ultimi tempi gli si sta attribuendo un valore che supera di gran lunga le effettive potenzialità.

Tarantino e soci hanno avuto un ruolo importante per lo sdoganamento di quel cinema italiano che negli anni ’70 proiettò schegge impazzite nei nostri sguardi, spaziando dall’horror al poliziesco, dall’erotico alla commedia. Quentin ha dato la “patente” ad una pletora di artigiani del cinema nostrano, ma guardando i loro film, a volte, l’incidente è inevitabile. La segnaletica stradale è una cosa seria ma anche quella cinematografica.

Qualche anno fa, per definire questi prodotti, imperversava il termine Trash, letteralmente, spazzatura. Per Trash, si intendeva un prodotto che imitasse, degenerandolo, un modello alto. E’quello che effettivamente accadeva. Provate a guardare “L’esorcista” di William Friedkin, e poi, se ci riuscite, “L’anticristo” di Alberto De Martino (1). Intendo, dall’inizio alla fine. Il cinema Trash esercita sicuramente un fascino sullo spettatore, proprio in virtù della sua inadeguatezza produttiva. Crea una forma di simpatia ed attrazione, quasi folkloristica,  ma che nel profondo si nutre di un lucido distacco da parte di chi guarda (quasi da entomologo). Un cinema che ci ammalia e diverte come lo “scemo del villaggio” ma che tale rimane nella nostra coscienza di spettatori. Uno sguardo distratto, mai completamente rapito dalle immagini, perché è la testa che non viene sedotta appieno.

Un cinema che siamo obbligati, per sua stessa natura, a ricostruire per frammenti, brandelli di memoria, mai come unità filmiche indissolubili. In quanto tali, il nostro sguardo non le sopporterebbe. Insomma, il sospetto che anche chi professa di aver visto tutti questi film abbia in realtà “saltellato” da una sequenza all’altra, appare fondato. Un po’ come capita con i film porno.

Il cinema italiano di serie B ha tanti spunti di interesse ma è il parto di una inesorabile indeterminatezza artistica e produttiva. Nonostante le orde di sostenitori che speculano sul razzismo del cinema “alto”, il cinema italiano “di genere” va serenamente considerato e amato per i suoi invalicabili e congeniti limiti.

Marco Giusti (2), da anni, sta ricostruendo in maniera enciclopedica, questo proteiforme percorso cinematografico, a dir poco, stravagante. Lo fa ,attraverso trasmissioni televisive e libri, dai cui titoli si evince quello che questi film sono o pretendono di essere: Cult, anzi, Stracult. Altra imperitura cattedrale per i fedeli del “genere” è la rivista Nocturno.

Si aggiunge (sinceramente, non so di preciso, da quando) un sito che scopro solo adesso, dal titolo programmatico: bizzarrocinema.it. Uno spazio virtuale ricco di informazioni, immagini e curiosità. Un sito, lo si percepisce subito, curato con grande passione e con la giusta dose di follia. Impaginato e confezionato, devo dire, in modo un po’ caotico. Forse una scelta in tema con i bizzarri contenuti.

 

(1) Un discorso a parte merita “L’esorciccio” di Ciccio Ingrassia. Uno tra i film  più squinternati ed estemporanei nella lunga lista delle parodie ma irresistibile per varie ragioni.

(2) Marco Giusti è un critico e studioso del cinema italiano.  

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La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.