Momenti di felicità

 

Scriveva la poetessa polacca WisÅ‚awa Szymborska, premio Nobel per la letteratura, nella poesia “Possibilità”: «Preferisco il cinema. / Preferisco i gatti. / Preferisco le querce sul fiume Warta. / Preferisco Dickens a Dostoevskij».

È l’inizio di una lunga lista di “preferenze” espressa in versi, genere che ha influenzato non poco i contemporanei, che rimanda a un universo culturale sorprendente. Il verso «Preferisco Dickens a Dostoevskij» allude probabilmente al fatto che due scrittori diversissimi come l’autore di Oliver Twist e l’autore dei Fratelli Karamazov, chissà perché, spesso finiscono per essere accostati. E questo rappresenta un affronto per i lettori di Dostoevskij, il numero uno del romanzo moderno. Infatti, non c’è nulla dell’aspirazione al sublime che caratterizza i protagonisti del grande romanziere russo nei personaggi usciti dalla penna di Charles Dickens. Personaggi, come è stato detto, “sine nobilitate”.

Scrive addirittura Guido Almansi: «ogni volta che si legge in un lavoro critico su Dickens il titolo “Delitto e castigo” in connessione con “Grandi speranze” – a cominciare dal saggio di F.R. Leavis – occorre chiudere il libro, o meglio buttarlo dalla finestra». È un colpo basso, diretto particolarmente all’ingordigia dickensiana mostrata da Chesterton il quale sarebbe come quelli – sono sempre parole di Almansi – «che digeriscono Dickens così come è a costo di farsi venire una indigestione». Ma è un colpo basso che avrebbe lasciato del tutto indifferente uno come Chesterton che sarebbe stato, invece, ben felice di passare alla storia per essere un “ingordo di felicità”.

Scrive Paolo Pegoraro, critico letterario di Bombacarta: «Szymborska non è la sola ad aver preso Dickens a modello. L’elenco degli estimatori ingloba lettori raffinati come Vladimir Nabokov o Pietro Citati. Per Gilbert K. Chesterton, tuttavia, egli fu qualcosa di più: un maestro, perfino un padre spirituale. Il quale insegnò al giovane Gilbert che valeva la pena devolvere il proprio genio per descrivere la felicità».

Per Pegoraro, dunque, quella della Szymborska è una vera “Dichiarazione di Indipendenza” dai “mostri sacri” della letteratura. Perché la letteratura deve consacrare non soltanto i nobili sentimenti, ma anche la banalità del quotidiano, anche quei personaggi dickensiani senza nobiltà, «martiri del buonumore, che spargono momenti di serenità anche nei nostri anni bui». Dickens, insiste Pegoraro: «non solo descrive la felicità, ma riesce a descriverla concretamente perché lo fa attraverso figure sgradevoli, parodistiche, farsesche e persino grottesche». Riprendendo, a questo proposito, l’illuminante giudizio di Chesterton: «Nella maggior parte delle moderne Utopie – chiosa Chesterton – un uomo non può essere davvero felice. Egli ha troppa dignità», mentre nel “Canto di Natale” «tutti sono felici perché nessuno ha un suo decoro».

È scritto: «Beati i poveri di spirito». Certo, il “semplicione” rischia di cascare nelle trappole della vita. Ma, osserva il critico di Bombacarta, forse è proprio questa la sua salvezza, è proprio questo che fa “beato” il povero di spirito. Per Pegoraro, è questo che spinge Chesterton a scrivere: «Cadere in tutte le trappole vuol dire vedere l’interno di ogni cosa. Vuol dire godere l’ospitalità delle circostanze. Con accompagnamento di torce e di trombe, come un ospite d’onore, il semplicione viene colto in trappola dalla vita. Lo scettico invece rimane chiuso fuori».

E sarà questo che fa scrivere a WisÅ‚awa Szymborska: «Preferisco Dickens a Dostoevskij. / Preferisco me che vuol bene alla gente / a me che ama l’umanità».

Anch’io preferisco Dickens. E mi fa piacere che lo preferiscano la Szymborska, Nabokov, Citati e tanti altri. E come Pegoraro, mi piace anche ricercarne le ragioni in quanto dice Chesterton il quale ammonisce: «Non credo affatto che essere veramente buono, sotto tutti i punti di vista, possa rendere una persona felice».

Charles Dickens, a duecento anni dalla nascita, ci ricorda che uomini senza onore e pur segnati dal peccato sono lo strumento perfetto per rendere concreta la felicità. Dostoevskij sarà pure il migliore, ma Dickens lo è di più. Dostoevskij ha voluto insegnare agli uomini come essere migliori, Dickens, più modestamente, ha voluto illuminare la vita; e questo ha consentito, anche al più indegno degli uomini, di aprire gli occhi sulla realtà e di coglierne il positivo, di accorgersi che è una fortuna la vita.

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<p>La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.</p>