Narcos e pallottole: i Selvaggi di Don Winslow

Si dice che l’erba sia una cosa cattiva, ma in un mondo cattivo diventa buona se comprendi l’inversione di polarità morale. Chon dice che le droghe sono la “risposta razionale alla follia”, e l’uso cronico che ne fa è la sua risposta a una follia cronica.

Fanno paura i selvaggi di Don Winslow. Che siano essi narcos messicani dediti alla pratica della decapitazione o californiani reduci di guerra con uno spinello tra le dita e un  fucile calibro 12 in mano. Lo scrittore americano, nato a New York ma residente a San Diego si conferma (se mai ce ne fosse bisogno) come una delle penne più dotate e pungenti sul fronte crime/noir americano (e mondiale) e con “Savages” (“Le Belve” in Italia, ndr), aggiunge il secondo tassello bibliografico legato ai cartelli del narcotraffico Messicano e inaugurato con lo splendido “Il potere del cane”. La sua biografia è emozionante almeno quanto i suoi libri: ex detective privato, guida di safari, regista teatrale e televisivo, sceneggiatore e consulente assicurativo. Attività che hanno certamente influenzato e permeato uno stile che unisce le istanze della letteratura pulp alle convenzioni del noir, i parametri del poliziesco ai codici della spy story. Winslow ambienta i suoi romanzi in torbidi universi le cui leggi rispondono all’etica del crimine piuttosto che ai principii della Costituzione e, nel farli suoi, racconta l’America in tutte le sue contraddizioni e sfumature evidenziandone il lato oscuro e servendosi di storie più o meno vere. Come dice lo stesso Winslow a proposito de Il potere del cane: “Il 90% di quello che scrivo è tristemente accaduto nella realtà”. “Savages” (uscito in Italia a settembre) si avvale della stessa formula e mette in scena la varia umanità ambigua e corrotta che lo compone, abitato da una galleria di personaggi i cui tratti distintivi si ritrovano spesso nell’opera di Winslow. Ben e Chon coltivano. Producono. Smerciano quella che sembra essere la marijuana più cool di tutta la California. Di quella che fa schizzare gli occhi fuori dalle orbite, nei giusti dosaggi. Due caratteri opposti, uniti però da una sincera amicizia, dal business che insieme hanno creato e da Ophelia, detta O, viziosa e romantica ninfomane a cui i due sono profondamente legati. La loro “arrampicata sociale” pare infastidire però il cartello della Baja, seriamente intenzionato a mettere fine ai loro affari e possibilmente alle loro vite. Una storia sull’amicizia e sull’amore, violenta e immediata, malinconica nel suo inevitabile incedere e sviluppata come fosse una sceneggiatura pronta per l’adattamento cinematografico. Non è certamente un caso il fatto che La Universal ne abbia acquisito i diritti e affidato all’irriverente Oliver Stone di dirigerne l’adattamento. Il film uscirà negli Stati Uniti a settembre 2012 (prodotto dallo stesso Stone) con un cast che sulla carta promette fuochi pirotecnici: Aaron Johnson (Ben), Taylor Kitsch (Chon), John Travolta, Uma Thurman, Benicio Del Toro, Salma Hayek, Blake Lively e, ultima conferma, Emile Hirsch, giovane talento e protagonista indimenticato delle Terre Selvagge di Sean Penn. Nella spasmodica attesa che precederà l’uscita italiana il consiglio è quello di recuperare un gioiellino della letteratura noir, virtuoso nel lessico e realistico nei contenuti. Una perla.
Waiting for Savages

Author

<p>La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.</p>