Nessuno è al sicuro

 

Nessuno è al sicuro. Lo sa bene Matt Weston, recluta della CIA di stanza in Sudafrica incaricato di gestire una Safe House, letteralmente una stanza di sicurezza in cui interrogare, con metodi non proprio ortodossi, prigionieri, dissidenti, infiltrati. Uno di questi è Tobin Frost, ex agente dell’ Intelligence ora mercenario al soldo di numerosi stati a cui vende delicate informazioni in grado di compromettere l’agenzia di spionaggio. Vera e propria leggenda nel suo ambiente, Frost viene condotto nella Safe House ma un commando irrompe nel fortino per ucciderlo prima che parli. Toccherà a Weston portarlo in salvo e scoprire chi si cela dietro l’attentato…
Safe House, prima opera cinematografica a stelle e strisce dello svedese Daniel Espinosa, si inserisce nelle insenature della spy story per poi favorire uno sviluppo action in cui il binomio causa effetto conduce progressivamente alla resa dei conti finale. Lo fa, nella migliore tradizione del “training day”, affiancando due diverse scuole di pensiero divise da uno scarto generazionale, dove il veterano Frost è la parte istituzionalmente marcia, conscia delle falle che avvelenano il sistema, e la recluta Weston la controparte idealista. “Un tempo mi ci avvolgevo nella nostra bandiera” sintetizza Frost/Washington durante il confronto con l’agente più giovane. Venendo perciò meno alla fastidiosa consuetudine di tanto cinema americano troppo spesso congestionato dall’abuso di sequenze puramente ludiche, Espinosa sceglie di non trascurare le psicologie dei protagonisti lasciando loro il tempo di studiarsi e conoscersi. Parallelamente alle vicende raccontate, il regista svedese opta per un registro dinamico e documentaristico e, armato di camera a mano, tallona insistentemente i due fuggiaschi condensando le isteriche sequenze d’azione (non tutte perfettamente compiute) che, se da un lato stuzzicano per il loro realismo, dall’altro stridono con una fotografia troppo ricercata e iperrealista.
Ridimensionato da un finale costretto a piegarsi alle esigenze commerciali, Safe House è cinema saturo di soluzioni già saggiate, rivisitate però con brio ed energia dallo stile nervoso e poco ammiccante di Espinosa. Non resta altro che aspettarsi da parte sua un’opera più personale e coraggiosa, capace di uscire dalle segrete della CIA per sondare nuove prospettive cinematografiche. Il countdown è aperto.

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<p>La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.</p>