Nicolas Winding Refn: a bad guy (parte I)

“Art is an act of violence” (cfr. Nicolas Winding Refn).

 

Più Refn per tutti! Questo lo slogan da accompagnare ad ogni film di Nicolas Winding Refn. Nato nel 1970, a Copenaghen, questo ragazzone occhialuto ha, nel corso degli anni, conquistato le platee festivaliere di tutto il mondo, compreso il red carpet di Cannes, attraversato nell’ultima edizione con il film Drive, vincitore del  premio per la miglior regia. Legato profondamente all’estetica dell’action americano anni ’80, la pellicola è tratta dall’omonimo romanzo breve di James Sallis che, data la sua particolare struttura, ben si prestava per la trasposizione cinematografica. Storia di un uomo dalla doppia vita, stuntman di giorno, autista per conto dei rapinatori di notte, il film è stato girato interamente in una Los Angeles notturna magnificamente fotografata da Newton Thomas Sigel (assiduo collaboratore di Bryan Singer). L’uscita nelle sale americane è prevista a settembre mentre la data italiana resta al momento ignota.

In attesa che la distribuzione nostrana faccia il grande passo sarà possibile acquistare due dei film realizzati da Refn negli ultimi tre anni, ossia il biopic Bronson e il metafisico e violentissimo Valhalla Rising, epopea spirituale di un vichingo e, insieme, percorso epico di un popolo spinto dal desiderio di conquista.

Formatosi culturalmente negli States, dove ha vissuto per più di dieci anni, il regista danese ha fatto ritorno in patria durante la metà degli anni ’90 e, a soli 26 anni, ha girato il primo capitolo di una trilogia destinata a diventare fenomeno di culto e fenomeno in sé; Pusher (questo il titolo del primo dei tre film) si snoda per le vie di una Copenaghen oscura ed ermetica, dove lo spacciatore Frank – il pusher del titolo – si divide tra piccoli crimini e incontri saltuari con Vic, la tossicodipendente di cui è innamorato. Dopo una consegna di eroina andata male, il suo fornitore Milo, protagonista del terzo capitolo, si metterà sulle sue tracce, pronto a fargliela pagare. Se da una parte i presupposti non brillino per originalità dall’altra c’è l’impeto registico di Refn che, in più di un’ora e mezza, realizza un tour de force impregnato di cultura pulp e influenzato da un immaginario urbano che molto ha a che fare con le mean streets di Abel Ferrara. La febbrile cinepresa, secondo un approccio documentaristico, si muove lungo vicoli, discoteche, abitacoli di automobili, sempre attaccata ai protagonisti e alle loro azioni. Seppur acerbo nella caratterizzazione dei personaggi e perennemente accompagnato da un (ab)uso della macchina a mano piuttosto sfiancante, l’ossatura regge bene e consente a Refn di fare tesoro di questa prima esperienza cinematografica.

La conferma di un nuovo talento, però, si avrà nel successivo Bleeder del ’99 dove, abbandonata l’ottica frenetica della camera a mano, il regista si sposta su un territorio più diversificato con una storia più umanista ma non meno violenta e spiazzante dell’esordio. Bleeder, storia corale sulla vacuità esistenziale di quattro ragazzi di Copenaghen, dimostra l’intenzione da parte di Refn di (in)seguire un’idea di cinema profondamente personale,  fatto sì di stilemi cinefili ma plasmato per mezzo della sua poetica. Lenny, commesso di una videoteca e cinefilo ossessivo. Lea, di cui Lenny è invaghito, assuefatta dalla costante lettura dei suoi libri. Leo, futuro padre conscio della propria impreparazione di fronte a tale evento. Louise, moglie di Leo e sorella di Louis, uomo gretto e possessivo. Le premesse si dissociano parzialmente dall’esordio del regista danese, che dalle sue esperienze autobiografiche trae la linfa per questo secondo film. Metacinematografica, in questo senso, è l’attività del cinefilo Lenny e il citazionismo, a tratti esasperato, che pervade l’atmosfera del film. Rimane invece intatto l’approccio alla violenza. Sorda. Implosiva. Sottesa. Riflesso interno dell’ambiente che circonda i protagonisti, riflesso delle esistenze soffocanti da cui sono attanagliati. Come scritto prima, quindi, un’analisi più umanista, antropologica e meno ancorata al “genere”, come nel caso del primo Pusher, a metà strada invece tra il noir, l’action, il mockumentary. E’ a questo punto evidente, da parte del Nostro, l’obiettivo di gettare le basi e seguire un percorso che non si limiti a mero citazionismo fine a se stesso, bensì volto a creare un immaginario coerente sin dagli inizi, raccontato secondo precisi punti cardinali quali la violenza (rappresentata e non), il disagio esistenziale e un senso dello spazio che si fa mezzo narrativo e appendice dei personaggi.

La verticalità urbana dei tre Pusher, di Bleeder e dell’ultimo Drive si contrappone all’orizzontalità delle distese verdi e pianeggianti di Valhalla Rising pur tuttavia condividendo lo stesso intento: rappresentare graficamente l’interiorità spoglia e irrisolta dei suoi protagonisti, che trovano nell’atto violento una valvola di sfogo intensa ma effimera.

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La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.