Nicolas Winding Refn: a bad guy (parte II)

A quattro anni da “Bleeder”, Nicolas Refn è pronto per la trasferta americana e per dirigere un progetto più ambizioso e complesso che può vantare la presenza di John Turturro nel cast e di Brian Eno in sala di incisione. “Fear X” esce nel 2003 nelle sale americane e subito ci si rende conto di trovarsi di fronte a qualcosa di insolito: Harry Cain, guardiano di un centro commerciale, vive nell’ossesione di trovare colui che ha assassinato sua moglie. Lo fa, chiuso nel suo appartamento, visionando compulsivamente i nastri di registrazione che possono provare l’identità dell’assassino. Accantonata momentaneamente l’ebbrezza stilistica dei precedenti film danesi, Refn realizza una pellicola compassata e calibrata, lynchana nello sviluppo e pervasa da un’atmosfera ansiogena e claustrofobica, inframezzata da brusche virate oniriche e scarti di logica. Ottimo John Turturro,  nei panni del dimesso sorvegliante, vittima smarrita negli angusti corridoi dell’inconscio e nell’asettico paesaggio innevato del Wisconsin. Il film, dotato di una fascinazione estetica e teorica, rischia tuttavia, in certi punti, di smarrirsi nell’omologazione tipica del thriller spicciolo americano salvo poi riemergere dall’oblio grazie alla mano ferma del suo regista, che manipola le immagini e crea cortocircuiti logici tali da lasciarci nel beneficio del dubbio: quella di Harry è realtà oggettiva o frutto delle sue allucinazioni? Il grande pubblico, però, non apprezzerà l’impresa e sancirà il fallimento commerciale dell’opera, mandando in bancarotta la casa di produzione fondata da Refn e costringendolo a tornare nella terra natia carico di debiti. Sarà in questo periodo che, per far fronte alla soffocante crisi artistica ed economica che lo ha colpito, Refn si troverà quasi costretto a concepire i due fortunati seguiti di “Pusher” (Pusher 2, Pusher 3 – I’m angel of death) tornando così ad assaporare il successo di un tempo.

“Pusher 2” segna il ritorno nella fredda Copenaghen e nel microcosmo criminale già incontrato nel ’96 con Pusher. Questa volta il baricentro dell’azione è la disgraziata figura di Tonny (interpretato dall’attore feticcio di Refn, Mads Mikkelsen) alle prese con il conflittuale rapporto con il padre, il boss della zona, che lo ritiene immaturo e inaffidabile. Al regista danese sembrano però interessare non tanto i codici criminali insiti nell’ambiente da lui rappresentato, quanto i rapporti interpersonali tra i protagonisti di quello stesso mondo. La voglia di riscatto del bonaccione Tonny nei confronti di un padre a lui ostile e riottoso. La sua ex donna che reclama la paternità di un bambino che Tonny ritiene essere non suo. Il desiderio ardente di assumere un ruolo rilevante all’interno della “famiglia” capeggiata dal padre. Vuoi per un senso di insicurezza e immaturità, vuoi per tutta la bianca che pompa nel suo sistema nervoso (sniffata in quantità industriali), Tonny sarà capace di compromettere i labili equilibri di questi tre singoli aspetti, mandando tutto a monte. A conti fatti, il titolo del film sembra fungere più da richiamo commerciale che da vero e proprio seguito, dato che lo spaccio di droga è eclissato a favore del conflitto padre/figlio. Sfruttando i tòpos del noir, Refn ci immerge dunque nel dramma umano, saltellando con la rediviva camera a mano che segue fedelmente il protagonista. Cromaticamente rosseggiante, il comparto estetico rivendica una maggiore padronanza del mezzo, riscontrabile soprattutto nella sequenza del furto d’auto, accompagnata peraltro, dalle sonorità carpenteriane  di Peter Peter.

Realizzato nel 2005, “Pusher III” riassume lo stile del regista danese e al contempo incasella le schegge impazzite dei primi due Pusher. Concepito come capitolo finale della trilogia, il film si incentra sul personaggio Milo (interpretato egregiamente da Zatlo Buric), il fornitore incontrato nei primi due capitoli. Il signorotto del crimine trova finalmente, in questa terza parte, una vera collocazione psicologica che, oltre a far conoscere meglio un personaggio altrimenti piatto, motiva e giustifica le scelte dello stesso. Questi i fatti. Milo, che controlla lo smercio di droga a Nørrebro, quartiere multietnico di Copenaghen, attende dall’ Olanda un carico di eroina vendutogli da un’ambigua coppia di albanesi. Ricevuta la merce, ben presto si rende conto che quella acquistata non è eroina, bensì di ecstasy. Con molta riluttanza e pur non conoscendo le leggi che regolano il mercato della sostanza, si impegna a venderla nel giro di un giorno, affidando la partita all’inaffidabile Muhammed, il turco di cui si serve per i suoi traffici. Muhammed sparirà con la roba inguaiando Milo con gli albanesi proprio durante i preparativi per la festa di compleanno dell’esigente e viziata figlia Milena. Dei tre, questo è l’episodio più maturo e calibrato ma anche il più violento e destabilizzante. Gli assi portanti del film (lo smercio della roba e il compleanno di Milena) si frammentano lungo lo svolgimento, a beneficio di piacevoli digressioni che connotano maggiormente il contesto in cui il “terzo” pusher agisce. Refn riempie quindi gli interstizi aprendo parentesi grottesche (l’intossicazione alimentare degli sgherri di Milo) e surreali (il confronto domanda/offerta per stabilire il prezzo di vendita dell’eroina tra Milo e sua figlia) approcciandosi in maniera più sperimentale al processo narrativo della pellicola. Sul piano stilistico, il regista danese si avvale della fluttuante steadycam, che inquadra a 360 gradi un Milo sempre più psichicamente instabile e provato dall’astinenza, prossimo alla degenerazione emotiva che scaturirà nel pletorico e agghiacciante prefinale.

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La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.