Nicolas Winding Refn: a bad guy (parte III)

L’ultraviolento Bronson si colloca, al pari di Fear X , come ulteriore spartiacque nel cinema di Refn. Il talento danese dimostra di essere a proprio agio in qualsiasi progetto a cui prende parte, abile e versatile nel muoversi in contesti produttivi differenti e capace di coniugare i princìpi del cinema mainstream alle proprie esigenze poetiche. Bronson si ispira liberamente alla figura dell’egocentrico e psicopatico Michael Peterson – soprannominato Charles Bronson – , il criminale più pericoloso del Regno Unito  che ha trascorso 34 anni della sua vita nelle carceri inglesi. Altro individuo borderline e pregno di istinti repressi alla corte di Refn che, come sempre, disarciona qualsiasi elemento riconducibile a fattori sociali e politici concentrandosi unicamente sulla rappresentazione del personaggio e sulla trasfigurazione dello stesso in assoluta celebrità, realizzando un biopic sperimentale di indubbia originalità. Spingendo l’acceleratore sul paradossale e sul grottesco e sottoponendo l’attore Tom Hardy (già incontrato in Inception ndr.) ad una rigida metamorfosi fisica, Refn “installa” coreografie pop, permettendo al protagonista di interpretare la vita come se fosse a teatro. Celle, banche, aule scolastiche sono tutti palcoscenici ideali dove il criminale si esibisce in una recita sanguinaria e violenta, dotata però di una corposa dose di humor. Come da consuetudine nel suo cinema, il cineasta frulla generi e influenze, estetiche e teoriche, compattandole in un continuum personale frutto di un preciso immaginario cinematografico. Particolare menzione per il variegato score musicale che passa da Verdi ai New Order attraversando i Pet Shop Boys.

Accantonati gli eccessi di Bronson, Nicolas Winding Refn si sposta nelle sconfinate distese della Scozia confrontandosi direttamente con gli elementi della mitologia norrena. Valhalla Rising (inedito nelle sale italiane come tutti i film Refn, eccezion fatta per Fear X), girato nel 2009 e presentato rispettivamente al Festival del cinema di Venezia e a quello internazionale del cinema di Toronto, si scagiona dalle coordinate delle opere precedenti e offre una nuova, ulteriore e non ultima sfaccettatura del regista danese. Seguendo il principio fondante della sua poetica – “L’arte è un atto di violenza” – Refn realizza il suo film più visionario e romantico, passionale e sanguinario, metafisico e poetico. Storia del guerriero “One Eye”, che liberato dallo stato di schiavitù si unisce a un gruppo di vichinghi cristiani alla conquista della Terra Santa, Valhalla Rising è costruito sull’epica del viaggio, inteso non solo come elemento del racconto ma anche come traversata spirituale ed interiore. Tarkovskjiano nell’essenza (sono molti gli elementi riconducibili al film di fantascienza Stalker ndr.) il film è strutturato in sei parti che scandiscono l’evolversi del percorso, dalla liberazione del guerriero protagonista dai suoi aguzzini fino all’arrivo nell’oscura “Zona”, – non la Terra Santa, bensì il Sud America – abitata da aborigeni pagani che metteranno in ginocchio la spedizione cristiana. La nebbia, incontrata durante la navigata e  metaforicamente intesa come smarrimento collettivo, condurrà i vichinghi verso una carneficina immortalata nel lisergico scenario scozzese dove, l’enigmatica figura di One Eye, muto e ocularmente menomato ma dotato di capacità telepatiche e di una forza sovrumana, attraverserà il percorso di mitizzazione che lo eleverà, nel sacrificio finale, a divinità. Entità legata al mito, dunque, più che essere umano. Il film, girato in digitale, vanta una fotografia dalla consistenza liquida e dalle tonalità plumbee che ammorbano l’immenso paesaggio e lo rendono teoricamente simile agli inferni urbani del Refn pre-Bronson. Il cineasta danese dimostra di sapersi destreggiare anche nella dimensione epica e fantastica del genere, regalandoci un’opera simbolica che non rinuncia all’alto tasso di violenza insito nella stessa.

L’auspicio condiviso è che la sua figura, complice anche la recente vittoria a Cannes, possa emergere anche in Italia, luogo in cui troppo spesso la miopia distributiva trascura fenomeni altrove venerati e fruibili qui da noi solo a livello domestico.

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La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.