Nodi bulgari (prima parte)

 

Il 18 gennaio 2010, Mehmet Ali AÄŸca usciva dal carcere di Sincan (Ankara, Turchia) dove era detenuto per le condanne inflittegli dalla giustizia turca e dopo aver trascorso in Italia quasi vent’anni di reclusione per l’attentato a Giovanni Paolo II, compiuto in piazza San Pietro il giorno 13 maggio del 1981. Ali AÄŸca, insomma, tornava a essere un uomo libero e, con questo, si riteneva che anche il capitolo dell’attentato al Papa poteva dirsi definitivamente concluso.

Invece, ci sono dei nodi che sono rimasti irrisolti. Se provate a chiedere in giro chi abbia armato la mano di AÄŸca vi sentirete ripetere la vecchia storia della “pista bulgara”. Secondo questa tesi, i servizi segreti bulgari, per conto presumibilmente del KGB sovietico, avrebbero commissionato al terrorista turco quello che è stato definito “il più grave attentato di tutti i tempi”. Nessuno ricorda che invece i presunti mandanti, individuati in tre cittadini bulgari, Sergej Antonov, Zhelio Vassilev e Todor Aivazov, furono poi tutti assolti. Nessuno ricorda nemmeno che lo stesso Giovanni Paolo II dichiarò pubblicamente, nel corso del suo viaggio in Bulgaria, di «non aver mai creduto nella cosiddetta Bulgarian Connection».

Non è servito a niente. Per esempio, alla morte di Antonov, avvenuta in circostanze penose nel 2007, i giornali annunciavano il decesso del “sospetto complice di Ali AÄŸca”. Invece, nessun sospetto, oggettivamente, vi è nei confronti di Antonov né degli altri bulgari coinvolti nelle inchieste. Chi conosce qualcosa della realtà della Guerra Fredda, sorriderebbe soltanto all’idea che i servizi segreti bulgari possano aver fatto ricorso a un cittadino della Turchia, bastione della Nato, per compiere un atto terroristico, peraltro della portata di quello di piazza San Pietro. Altra prova della mancanza di prove sulla “pista bulgara” è la totale assenza di riscontri nelle carte del Dossier Mitrokhin. Interessante è, inoltre, la testimonianza del generale polacco Jaruzelski che poco dopo l’attentato aveva chiesto chiarimenti sul presunto coinvolgimento dei servizi di Sofia al segretario del PC bulgaro, dal quale però ebbe questa disarmante risposta: «Compagno Jaruzelski, ci considerate i fessi del gruppo? Ritenete che avremmo lasciato Antonov al suo posto, se fosse stato veramente coinvolto nell’attentato?»

Una cosa ancora più clamorosa fu scoprire che tutta la pista bulgara conduceva non tanto a Sofia quanto alla redazione del Reader’s Digest americano e, precisamente, a un articolo della giornalista Claire Sterling che possiamo leggere anche sull’edizione italiana del giornale, un saggio intitolato “Chi ordinò l’attentato al papa?”. Dove però non si presentano prove convincenti, quanto piuttosto la suggestiva idea che ognuno degli attentati terroristici compiuti in quegli anni nel mondo non poteva non avere che la regia del KGB. Marco Ansaldo e Yasemin Taskin, in un libro sull’argomento, edito da Rizzoli col titolo, forse un po’ troppo forte, “Uccidete il Papa”, scrivono: «Nonostante il tono sicuro di Claire Sterling, le sue affermazioni erano contraddittorie e discutibili, e le sue ipotesi concettuali mancavano del tutto di prove a sostegno». Purtroppo però, le tesi della Sterling furono prese in considerazione dai magistrati italiani i quali commisero forse la leggerezza di andare sostanzialmente a chiedere conferma ad Ali AÄŸca della complicità dei bulgari.

Per lo scaltro AÄŸca, come è facile immaginare, fu un invito a nozze poter dimostrare di non essere altro che una secondaria pedina di una diabolica macchinazione dell’Impero del Male. Egli riuscì a descrivere, con precisione impressionante, l’appartamento dove sarebbe avvenuto l’incontro con Antonov. La ricostruzione era così precisa che venne fuori un particolare incontestabile. E cioè che l’appartamento descritto da Ali AÄŸca non era quello dove sarebbe potuto avvenire l’incontro con il bulgaro quanto quello adiacente. La cosa dovrebbe almeno far riflettere.

Ma il discorso sugli errori della magistratura italiana ci porterebbe troppo lontano e, del resto, si può immaginare quanti possano essere stati i tentativi di depistaggio che hanno cercato di inquinare questo processo, rendendo difficile il lavoro delle indagini. Altre insidie si vennero a creare, paradossalmente, dopo il crollo del Muro di Berlino, quando si ebbe accesso agli archivi dei servizi segreti di oltrecortina. Negli archivi della potentissima Stasi della Germania orientale vennero fuori delle carte dove veramente si confermava che i servizi segreti bulgari avevano fatto pressioni sulla Stasi per depistare le indagini italiane sull’attentato al Papa.

In un quadro così fosco era oggettivamente molto difficile ragionare serenamente intorno alle oggettive responsabilità bulgare. Bisogna però, oggi, riconoscere che quella della pista bulgara fu tutta una colossale montatura e che sarebbe giusto ammettere finalmente la totale estraneità della Bulgaria all’attentato del 13 maggio 1981 in piazza San Pietro. Se si esaminassero con la dovuta attenzione anche le carte della Stasi, infatti, ci si potrà rendere conto che non si tratta tanto di veri tentativi di depistaggio, ma di patetiche insinuazioni che miravano a distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica e a indirizzarla verso altri argomenti. In altre parole, si tratta del “depistaggio di un depistaggio” e la documentazione emersa dagli archivi dei servizi segreti dei paesi comunisti sta soltanto a testimoniare l’esistenza di un piano per spingere la magistratura italiana, invece di seguire la pista bulgara, a cercare altrove la verità. E nonostante la sospetta provenienza di questo intrigo – i servizi segreti comunisti – si deve riconoscere che si trattava di una istanza pienamente legittima. Come pienamente legittimo è qualsiasi tentativo di arrivare alla verità.

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La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.