Nodi bulgari (seconda parte)

 

All’attentato a Giovanni Paolo II del 13 maggio 1981 il mondo intero reagì con incredulità. Sembrò che si fosse verificato l’evento più inconcepibile. Invece, l’attentato al Papa era largamente prevedibile; anzi, si è trattato forse dell’azione terroristica più prevedibile in assoluto. Credo sia stato anche, nella storia, l’unico importante attentato annunciato con un regolare comunicato stampa. Che infatti fu inviato, il giorno 25 novembre 1979 al Milliyet, uno dei maggiori quotidiani turchi; era firmato dallo stesso attentatore: Ali AÄŸca.

Già questo avrebbe dovuto privare di qualsiasi fondamento ogni ipotesi di responsabilità riconducibili a servizi segreti, tanto più a quelli bulgari, i quali mai avrebbero agito così scopertamente. Che il testo non riportasse farneticanti dichiarazioni di un mitomane, al Milliyet lo sapevano benissimo: proprio Ali AÄŸca aveva ucciso il direttore dello stesso quotidiano. Del comunicato se ne diede ampia diffusione tramite le agenzie di stampa e i giornali; oggi se ne può trovare una riproduzione nel volume di Ansaldo e Taskin “Uccidete il Papa”, edito da Rizzoli.

Nel comunicato si legge: «sparerò senz’altro al Papa. L’unico motivo della mia fuga dal carcere è questo». Firmato: Mehmet Ali AÄŸca. La facilità con cui il terrorista era riuscito a “evadere” dal carcere, dove si trovava per essere stato condannato a morte per l’omicidio del direttore del Milliyet, fa capire anche di quali appoggi godesse, appoggi sui quali evidentemente fondava quella certezza che gli faceva dire: «sparerò senz’altro al Papa». Ho scritto “evadere” tra virgolette perché Ali AÄŸca uscì dal carcere indossando una divisa militare, unendosi a un plotone di militari, con l’aiuto di due noti ufficiali e salutato rispettosamente dalle guardie. Dite se questa può essere definita un’evasione.

Che Giovanni Paolo II, dunque, fosse nel mirino del terrorista turco non era un mistero. Se ne parlava apertamente su tutti i giornali. Anche in Italia. Per esempio, Domenico Del Rio scriveva su Repubblica tre giorni dopo il comunicato di Ali AÄŸca: «La minaccia non è una bravata o l’allucinazione di un esaltato. Viene da un uomo, un terrorista che in questi giorni ha fatto parlare di sé in tutta la Turchia e ha sollevato un’infinità di interrogazioni negli ambienti politici». Domenico Del Rio scriveva nel giorno in cui aveva inizio il viaggio di Giovanni Paolo II in Turchia. Nella stessa occasione un giornalista domandò al Papa: «Ha paura?» Rispose: «Siamo nelle mani di Dio». Altri giornalisti chiesero qualche parola in più a questo proposito. Giovanni Paolo II disse: «Io prego per questo povero ragazzo, Ali AÄŸca».

Qualche mese dopo la fuga, il terrorista comincia a viaggiare per l’Europa con una libertà di movimento non consentita a nessuno in quegli anni di Guerra Fredda. Si dice che viaggiasse con passaporti falsi e dichiarando ogni volta identità diverse. Ciò è vero soltanto in parte; talvolta queste false identità erano soltanto errori di trascrizione, come ad esempio il nome Ali Agaca. Ma poi, come potrebbe un terrorista sposarsi regolarmente, come ha fatto Ali AÄŸca, nascondendo la propria vera identità? Come precisano, giustamente, Ansaldo e Taskin in “Uccidete il Papa”, Mehmet Ali AÄŸca era «solo scomparso dalla circolazione, ma non era affatto un ignoto, né per i media, né tantomeno per le polizie europee». Ovviamente, non era sconosciuto nemmeno alle autorità italiane, alle quali l’Interpol aveva fatto pervenire le opportune segnalazioni non soltanto per sventare l’annunciato attentato al Papa ma anche perché vi era una formale richiesta di estradizione avanzata dalla Turchia.

Eppure nessuno fece nulla per arrestare la marcia di avvicinamento del terrorista turco alla Città del Vaticano. Ansaldo e Taskin riportano nel loro libro un interessante documento, proveniente dagli archivi della STASI, la polizia segreta della Germania comunista, dove si possono seguire tutti gli spostamenti del turco. Dopo la sua fuga dalla Turchia, il terrorista passò in Bulgaria, poi in Jugoslavia. Quindi nella Germania federale e in Francia. Poi in Svizzera e di qui in Tunisia da dove a bordo di una nave raggiunge Palermo. Si sposta poi a Milano, ma passando dalla Svizzera; quindi si reca nuovamente in Svizzera ma passando prima dall’Austria. In questi ultimi rapidi spostamenti Ali AÄŸca si procura l’arma che gli servirà per l’attentato. A questo punto è pronto per raggiungere Roma; ma prima andrà a Perugia per iscriversi all’Università per stranieri, probabilmente soltanto al fine di procurarsi un alibi, e si concederà una vacanza sull’isola di Maiorca in Spagna.

Secondo la nota della STASI, «il 9 maggio AÄŸca, provenendo da Milano, prese il treno per Roma, dove occupò la stanza 31 della pensione Isa di via Cicerone sotto il nome di Faruk Özgün. Il 13 maggio, al mattino, lasciò la pensione nella massima tranquillità. Disse a tutti che sarebbe andato a piazza San Pietro per vedere come il papa Giovanni Paolo II avrebbe fatto “la sua udienza generale”. Alle 17,19 diede il via all’attentato con una pistola Browning calibro 9 millimetri».

Ciò che seguì è noto a tutti. Meno noto è cosa fece Ali AÄŸca prima del 13 maggio. La suddetta nota riferisce che il terrorista «disse a tutti che sarebbe andato a piazza San Pietro». Insomma, non agisce di nascosto; la sua, al contrario, sembra voglia essere una sfida aperta alla Chiesa e alle autorità civili.

Ali dirà di aver ricevuto informazioni su come avvicinare il Pontefice da un sacerdote incontrato casualmente nei pressi del Vaticano nei giorni precedenti l’attentato; nella tasca dei pantaloni portava la descrizione dettagliata del “piano di avvicinamento”, un biglietto che fu sequestrato al momento dell’arresto e dove Ali AÄŸca si proponeva di accostarsi al Papa in tre occasione: il 13 maggio, il 17 e infine il giorno 20. Che poi abbia sparato alla prima data utile, anche questo ci fa capire tante cose. “Se è così facile sparare al Papa” avrà pensato Ali AÄŸca, “perché non farlo subito?”

Già. Ma allora la domanda è un’altra: perché era così facile sparare al Papa? Soprattutto, se tutti erano al corrente delle intenzioni del terrorista, perché nessuno tentò di fermarlo? Possibile che nessuno avesse capito quello che stava accadendo, se addirittura egli “disse a tutti” dove andava? Se addirittura durante la sua “vacanza” in Spagna qualche giorno prima era stato additato pubblicamente come un terrorista?

Il 13 maggio, comunque, Ali AÄŸca era in piazza San Pietro. Ma una cosa ancora più clamorosa è che con ogni probabilità egli aveva avvicinato Giovanni Paolo II anche tre giorni prima. Qualcuno infatti giura di averlo visto il 10 maggio e di averlo fotografato in occasione della visita del Papa alla parrocchia romana di San Tommaso d’Aquino. E questo ha alimentato le più fantasiose ricostruzioni. Ma c’è un particolare al quale sembra abbia dato una certa credibilità un giornale poco incline al gossip, 30Giorni, una rivista internazionale diretta da Giulio Andreotti che ha cessato le pubblicazioni poche settimane fa. A proposito di questo “particolare”, scrive Davide Malacaria nel numero di giugno del 2004: «Si tratta di una fotografia, scattata il 10 maggio 1981, tre giorni prima dell’attentato, nel corso di una visita del Santo Padre presso la parrocchia romana di San Tommaso d’Aquino. Nella foto, secondo le conclusioni degli inquirenti, è ritratto un gruppo di fedeli presenti alla cerimonia, tra i quali spicca la figura di Ali AÄŸca. La foto era stata scattata da uno dei parrocchiani, tal Daniele Petrocelli, che, interrogato per la prima volta nel 1994, raccontava di aver notato subito la somiglianza tra l’uomo della foto e Ali AÄŸca, il cui volto, dopo l’attentato, aveva invaso i giornali e la televisione. Così il Petrocelli agli inquirenti: “La sera stessa, o il giorno dopo, si presentò a casa mia un poliziotto che si è qualificato della Digos, il quale ci ha chiesto in consegna la foto in cui appariva la persona somigliante all’attentatore… Ricordo che il poliziotto al quale consegnai la foto mi disse di non parlare a nessuno del fatto. Non fu redatto verbale della consegna della foto”. Una testimonianza confermata anche dalla moglie del Petrocelli. Il particolare che suscitava vieppiù l’interesse degli inquirenti era il fatto che la foto immortalava AÄŸca in un settore riservato, al quale si poteva accedere solo grazie agli inviti diramati dal Vaticano, in particolare dalla Prefettura della Casa pontificia, di cui allora era reggente monsignor Dino Monduzzi. In questo ufficio lavoravano due soli dipendenti, uno dei quali era Ercole Orlandi, padre di Emanuela, la ragazza misteriosamente scomparsa nel 1983».

Di questa fotografia se ne sono perse le tracce, ma il particolare fu confermato dallo stesso Orlandi: per la visita di Giovanni Paolo II alla parrocchia romana di San Tommaso d’Aquino, fu lui a spedire «due inviti individuali all’Hotel Isa di via Cicerone», dove in quei giorni soggiornava Ali AÄŸca.

La rivelazione di questo particolare pone non pochi interrogativi sull’attentato al Papa e sul destino della povera Emanuela. Ma forse le domande veramente importanti sono altre e riguardano, ancora una volta, il comportamento di Mehmet Ali AÄŸca. Abbiamo visto che il terrorista si è spostato tra i paesi dell’Europa comunista e quelli occidentali, ha potuto girare in lungo e in largo per tutto il Mediterraneo, con una libertà inimmaginabile per chiunque in quegli anni. Chi lo abbia sostenuto forse non lo sapremo mai. Ma è abbastanza evidente che Ali AÄŸca si muoveva in un contesto preciso, all’interno di una realtà ben radicata nell’intero continente europeo e anche al di fuori di esso. Si muoveva, cioè, all’interno di una formidabile rete.

Messa da parte la tesi insostenibile della “pista bulgara”, di quale rete dunque si trattava? Di gruppi con matrici ideologiche o religiose? Di mafia? Di una rete di pedofili? Di tutte queste cose insieme?

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La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.