Non ti muovere

 

Una statua della libertà al centro della piazza. Immobile. Disposta a concedere un piccolo cenno del capo, se la monetina cade nella cesta. Una sorta di Juke box umano e muto, che dispensa, una volta gettonato, una meraviglia più modesta di una canzone di Elvis Presley. Il mimo non parla, figuriamoci cantare. Non so, se queste statue viventi, in cui ci imbattiamo, possano rientrare nella grande famiglia della Pantomima, di certo, mi è difficile trovare dell’arte in una persona immobile. Questi quadri umani, difatti, negando la gestualità, non producono alcuna emozione e il loro destino è legato a doppio nodo al mondo dell’infanzia.

I bambini sono gli unici a subire il fascino del loro stallo. Quando i piccini scoprono che queste sculture possono, all’improvviso, scuotere una mano e salutarli, per i loro genitori, solitamente, è la fine. Il bambino costringe i parenti a reiterare l’offerta per un nuovo inchino o sorriso dell’automa. Il genitore partecipa moderatamente dello stupore del proprio pargolo ma si guarda bene dal lanciare più di un centesimo per volta. Poi, grazie al cielo, l’entusiasmo del bambino si spegne ineluttabilmente e parte per nuove scoperte, non sapendo ancora, che per tutta la sua vita, sarà un susseguirsi di cose e persone che si accendono e poi si spengono.

La totale assenza di racconto o di teatralità di questi mimi dovrebbe essere compensata dai costumi che indossano. Sempre appariscenti e imprevedibili. Ma, per quanto si possa amare Samuel Beckett, la rappresentazione non decolla, anzi, ristagna.

Nella piazza della mia piccola città ogni tanto si manifesta uno di questi mimi. Non indossa nulla di coreografico, piuttosto sembra uscito da un romanzo di Kakfa. Uno sgualcito ed aderente abito scuro e una camicia bianca. Non si concede neanche il vezzo di un papillon. Il volto coperto di cerone bianco è l’unico elemento che lo differenzia dal resto dei passanti. Senza considerare che ci sono persone ancor più pallide di lui. Il cerone, quindi, lo caratterizza ed ovviamente il fatto che sta fermo, o perlomeno, che ci provi. Purtroppo il taciturno mimo ha seri problemi di staticità. Non riesce a stare fermo. Gli manca l’unico, moderato talento necessario per svolgere questa attività. Si muove, si assesta di continuo. Non solo il corpo, anche la bocca, gli occhi e le sopracciglia. Una sorta di scultura con il Parkinson e persino i bambini, dai 7 anni in su, provano delusione per la sua performance.

Eppure, io resto incantato a guardarlo. Mi affascina, e quasi mi commuove. Al contrario dei suoi colleghi, tanto ligi e concentrati nel non muovere un solo muscolo del corpo. L’inadeguatezza del “mio” mimo preferito è una forma sublime di gestualità, che lui non riesce a controllare e proprio per questo è profondamente umana e drammatica. Non riesce a stare fisso e ci svela che quella di “quadro vivente” non è una branca dell’arte o una forma di espressione, ma un mestiere. Un modo, come altri, legittimo e decoroso, per tirare a “campare”. Un mestiere che si fonda sullo stupore dei bambini e sulla sensibilità, imbarazzo ed a volte pietà, degli adulti.

La scultura vivente traballa davanti ai miei occhi, però, non mi suscita nessuno dei sentimenti sopracitati. Anzi, finita la sua esibizione, lo vado a conoscere. Vado a conoscere l’uomo dentro la statua.

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<p>La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.</p>