Over the under

 

Sapresti dire come mai a volte ti sorprendi incantato a fissare l’azzurro del cielo? O perché, se guardi un bimbo ridere a crepapelle, anche tu ridi come uno scemo e sei felice? Nella stessa maniera, è difficile spiegare attraverso le parole il motivo per cui la musica di Adrian Borland colpisce dritto al cuore. E’ una specie di richiamo (http://youtu.be/ZjAsQ4ObNdg). E non ci sono vie di mezzo: o ti fa secco oppure no. Se l’effetto è il primo, vorrà dire che sei stato trasportato in una dimensione sospesa in cui non sai cosa ti sta succedendo, dove il desiderio e la volontà sono anch’essi sospesi, finalmente liberi dalle tentazioni del “conoscere” e del “possedere” (“and all I wanted was to want something too much / and all I nedeed was the feeling of needing to touch” – da Dangerous Stars); se invece l’effetto è il secondo, sarà per via del fatto che sei stato sorpreso nel momento in cui la corazza è troppo spessa per accogliere i colpi di certe “bellissime munizioni” (e chissà se sei ancora in grado di avvertire il “terrore che stai per trasformarti in qualcosa invece che in qualcuno” – da Spanish Hotel). Insomma c’è ben poco da raccontare e tentare di definire in questi rari casi, quando cioè hai la fortuna di imbatterti in quelle – canzoni, in questo caso – che sono vere e proprie trasfigurazioni del profondo essere del loro autore. Non posso fare a meno di associare l’immagine sacra del sudario alla sensazione che alcune espressioni di talento come quella di Adrian Borland mi provocano. Forse i benefici di una tale capacità di mutare il corso delle cose di questo mondo afferrandole tra le proprie mani e facendole passare attraverso lo specchio di una forma (che è ciò in cui consiste poi la Creazione Artistica) sono più a vantaggio di chi si trova a riceverne i risultati piuttosto che di chi trasfigura se stesso; e spero che questo mio scritto sia il più possibile simile ad un silenzioso ringraziamento, rispettoso nei confronti di chi a un certo punto non è più riuscito a governare il sottilissimo e impetuoso equilibrio dei propri più intimi richiami (o tra quelli e le sirene esterne al suo universo). Io non posso che guardare quanto di suo, nel tappeto sonoro e nel tessuto vocale che ancora risuona, sia rimasto impigliato senza possibilità di svanire (http://youtu.be/bUZ_q81PR0E).

Ci vuole una mente davvero cinica per scrivere un album pensando che dovrà essere un hit”, affermò nell’87 durante un’intervista in Olanda. E l’Olanda è il paese che in qualche modo lo adottò musicalmente, lui che nella nativa Inghilterra di fine 70’s/80’s più che il successo (quel successo che in tanti si sono convinti, a posteriori, meritasse senza riserve ma del quale lui semplicemente non si preoccupava*) non riuscì a trovare un coinvolgimento davvero disinteressato per la sua musica da parte degli addetti. E’ probabilmente a partire da questo rammarico, che si rafforzava sempre più a colpi di piccole domandine e esortazioni farcite di stupidi e ossessivi paragoni con qualcosa d’altro/i, che è andata progressivamente arricchendosi la sua lotta in difesa della musica; una lotta ovviamente combattuta attraverso la sua stessa musica, che coincideva con la musica interiore, cioè con il suo connaturato bisogno di lei (ma fu anche fine e generoso produttore di altri guppi). Ed è per questo che l’esperienza di Adrian Borland viene a rappresentare qualcosa di importante – finanche politicamente parlando – se vogliamo guardare indietro alla storia musicale e artistica europea di fine XX secolo, e che merita di essere ricordato. Dopo aver ascoltato ciò che lo riguarda ti chiedi: ma cosa esattamente era più punk o più rock di questo? che cosa è davvero indie? e chi faceva new wave veramente? Tutte domande più importanti della loro risposta.

Come mai passò così inosservato rispetto ad altri frontmen della brillante scena punk / post-punk / new wave degli Anni Ottanta? Forse perché lui su un palco, così come in uno studio di registrazione, voleva essere (se possibile, ancora) più “man” che frontman? Perché voleva (e sapeva) non solo (di) esserlo, ma essere considerato niente più che un uomo? Magari perché desiderava proprio passare inosservato, per far sì che ad essere osservata fosse solo la musica? La risposta viene da sé ed è della semplicità più estrema. E fa riflettere sulla vacuità del music business che si affacciava sulle vite dei giovani affascinante e generoso – di singoloni, trasgressioni e nuovi generi sempre definibili – eppure proprio per questo feroce. Che sfrontato quel Borland! Lui che voleva solo riempire quel vuoto cartonato luccicante di ritmo, intuizioni e anima (l’onnipresente “heart” dei suoi testi). Lui non era il leader dei Sound, i Sound erano niente più che il suono guitar-based che quei ragazzi si divertivano a emettere con i loro corpi, erano l’energia con cui caricarsi l’anima, e la voce che dava voce alle (pur) necessarie inquietudini postmoderne. Ci lamentiamo spesso di quanto sia insulsa e incompetente la schiera (o plotone d’esecuzione con le sue palette di voti e stelline, per rifarsi ad una similitudine vagamente “borlandiana”) della critica musicale odierna, ma basta la lettura di qualche riga di recensione inglese relativa alle prime registrazioni di Borland e la sua band di compagni di scuola – The Outsiders, col nome orgogliosamente ispiratogli da “Lo straniero” di Camus… che sfrontatissimi punkettoni! – a far scuotere i nervi. Non è che in quegli anni se la passassero poi meglio se ciò che stava tanto a cuore scrivere ad esempio su NME era che “la carnagione di Adrian dalle guanciotte di mela avrebbe fatto diventare una mungitrice del Devonshire verde d’invidia” (il famoso humour inglese, esatto). E questo, mentre l’idolo Iggy Pop presente al loro primo live al cool Roxy di Covent Garden scalpitava e li raggiungeva sul palco durante la cover di “Raw Power”.

Già nel 1977 con “Calling On Youth”, primo disco degli Outsiders, Borland si staglia in pieno punk come di traverso: il disco è registrato nel salotto di casa sua grazie a una modestissima strumentazione comprata dal padre presso l’elettricista di fiducia, ed è considerato il primo disco inglese interamente autoprodotto (l’immagine della cover è disegnata da Borland stesso, e “Raw Edge” il nome scelto per designarne la produzione), quello che ha insomma inaugurato l’approccio DIY e fatto da testa di ariete per etichette indie come la Rough Trade e la Factory. Al di là di qualche differenza – Calling On Youth è un gioiellino proprio perché alterna pezzi incazzati con chitarre che stridono a ballate tendenti al blues fino a una sorprendente e pochissimo adolescenziale “Walking through a storm” – provate ad ascoltarlo insieme al seguente “Close Up” (entrambi sono stati ripubblicati, dopo 35 anni, a marzo scorso dalla Cherry Red) e poi dite se in fatto di “suono” non c’era già una chiara impronta: vent’anni da poco, ma la voce e la chitarra di Adrian B erano già le sue inconfondibili a venire. Da lì prende forma l’identità dei Sound, i loro bellissimi dischi, è il 1980 e Ian Curtis lascia questo mondi di pazzi, i capricci e le liti con le label per fare di testa loro, e via con i tour e le trasferte quasi sempre fuori porta. Fino al 1987, quando Adrian prende definitivamente a braccetto “lo straniero nell’anima” e comincia a incamminarsi per una via solitaria (http://youtu.be/Ai4qpBHNY_8). E più si va avanti nella discografia più è un gorgo di mondi, città, strade, stanze, muri, catene (della mente) da cui scappare, e poi oceani, onde, litorali, cieli e brezze (della mente) da inseguire. Elementi e luoghi concreti come la realtà fisica dei sentimenti, tutti divisi tra buio e luce /notti e albe del cuore, stati d’animo che attraverso i testi Borland riesce a far sentire nitidamente (diresti come lui stesso li pativa) fino a farteli quasi toccare con un dito.

Adrian è il ragazzo che fruga e tormenta l’anima pur di vivere con la sua musica (non nel senso di guadagnarci su scordandosi di avere una vita, ma vivere nel significato primario di respirare, sentire il proprio battito e (r)esistere… è proprio vero che bisogna continuamente raddrizzare la schiena a queste parole che “falliscono e mi tradiscono” – da Words Fail Me), è il giovane uomo che ha con essa un rapporto essenzialmente spirituale perché visceralmente immediato; ma nel corso della sua opera (più che carriera) solista rimane lo stesso ventenne che ha cantato con i Sound “Physical World”: “c’è un mondo attivo lì fuori / il mondo fisico / c’è un mondo fisico  e io voglio sentirlo / è un mondo di parti in movimento / di acciaio ed ossa / e anch’io mi sto muovendo con quelle parti in movimento”, la stessa persona che scrive pezzi indimenticabili come “No Ethereal”: l’unica mia fede sta sotto il cielo / la mia unica speranza in questa notte solitaria / è che tu mi terrai stretto / attraverso il prossimo decennio freddo / e così faremo luce al prezzo che abbiamo pagato”, o come “Over The Under”: sotto questo tetto, sotto il cielo / io voglio vivere, almeno ci provo / e ora sono sopra tutto ciò che sta sotto. E’ sempre una sospensione tra piani superiori e inferiori, tra l’essere dentro e fuori le cose (“guardo le luci / guardo il cielo / ma è ancora come sentirsi sottoterra” – da Deep Deep Blue), e i pensieri si dividono più o meno consapevolmente in due facce per riuscire ad accogliere tutte le contraddizioni della vita. I suoi dischi a distanza di anni vagano negli interstizi stellari,  “tra i palazzi” di “questa corsa tempestosa che chiamiamo permanenza” (- da Brittle Heaven) e ancora mietono dolci alcune vittime. La grande lezione di Adrian Borland è che non si scappa dalla propria debolezza, ma che si può riuscire a farne la forza più incredibile.

*Ascolta il disco dei Sound “Propaganda” per capire (che raccoglie i loro primissimi pezzi, ridato alle stampe nel 1999 dalla londinese Renascent), o guarda su youtube questa intervista dell’84 per un programma musicale spagnolo facendo attenzione alle sue risposte (http://youtu.be/rRrE-t5lFNc).

Per informazioni più dettagliate sulla discografia intera (e suoi progetti paralleli): http://www.brittleheaven.com/

 

Grazie a Viva Corà per il supporto e il confronto.

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La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.