Per favore, diamoci del lei

Beppe Severgnini forse non immaginava che la sua polemica su «l’insopportabile dilagare del “tu”» avrebbe animato un dibattito accesissimo. Se ne è parlato sui giornali, in radio e perfino nelle edizioni di maggior ascolto dei telegiornali. Evidentemente è un problema molto avvertito. E devo dire che anche io provo un certo fastidio quando una persona sconosciuta si rivolge a me senza darmi del “lei” o, come si usa da noi al Sud, del “voi”.

Le formule di rispetto sono disattese soprattutto dai commercianti. Al negozio di abbigliamento, dopo aver provato un paio di pantaloni troppo stretti, il commesso mi fa: “vado a prenderti la taglia più grande, perché tu sei ingrassato”. In momenti come questi mi viene voglia di andar via. In un ristorante, prima di portarmi il conto, mi domandano sempre: “vuoi la fattura?”

Una volta sono andato a comprare dei guanciali e, prima di mostrarmi la merce, il titolare del negozio mi chiede: «fammi capire quanto sei disposto a spendere». Sono uscito dal negozio senza comprare niente. Non ho dichiarato nemmeno quanto fossi disposto a spendere dal momento che mi sembrava ovvia la risposta: un acquirente vorrebbe spendere il meno possibile in cambio della merce migliore. È la cruciale questione del rapporto ideale qualità-prezzo. In quel caso, sono andato a rifornirmi in un grande magazzino dove si può scegliere senza che nessuno venga a chiederti “cosa vuoi?”. È vero, quando poi passo alla cassa mi chiedono se prendo “la busta”. Nelle regioni meridionali, le cassiere del supermercato non capiscono la differenza tra “busta” e “sacchetto”, io invece non capisco come si possano infilare dei barattoli di pomodori in una busta. Ma, a conti fatti, questa cosa mi sembra meno grave dell’uso arbitrario del “tu”.

Mia madre si rivolgeva a sua madre in terza persona e con una particolare formula di rispetto: «Chiedo alla signoria vostra se gradisce…». Una maggiore confidenza tra madre e figlia era certamente necessaria, ma che non si usi più il lei nemmeno tra gli estranei o tra persone di rango diverso mi sembra, come dice Severgnini, insopportabile.

A proposito delle mamme, noto che le madri di famiglia, durante i colloqui con gli insegnanti dei propri figli, si rivolgono al docente dandogli del tu e prendendosi libertà che non dovrebbero prendersi. Credono così di carpire un rapporto confidenziale grazie al quale poter lucrare indulgenze in favore di figli poco promettenti. Penso che almeno i presidi dovrebbero fare qualcosa per limitare l’insolenza di queste mamme. Dovrebbero almeno definire delle efficaci regole di ingaggio che sottraggano i docenti al continuo linciaggio dell’irriverenza.

Ero un bambino e una volta mio padre notò che salutai il mio maestro elementare con un “ciao”. Me lo fece notare. Da allora cominciai a salutarlo così: «buon giorno, signor maestro». Facevo pure l’inchino e mi sforzavo di mostrare un’espressione aperta che sgombrasse il campo dall’equivoco di un’ostile sottomissione.

In questa maniera imparai che ci sono uomini e donne degni di rispetto. È stato un insegnamento che mi ha dato accesso al mondo delle persone civili.

Author

La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.