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“UNA VOLTA I PRODUTTORI CINEMATOGRAFICI ACQUISTAVANO I DIRITTI DEI LIBRI, OGGI CONTROLLANO SU YOU TUBE CHI FA PIÙ CONTATTI” ALESSANDRO PIVA

Queste le parole del regista pugliese dinanzi ad un pubblico sparuto in un cinema della mia città dopo la proiezione del suo ultimo film Henry. L’assenza di letteratura è il vero cancro del nostro esangue panorama cinematografico. E allora, come non pensare con preoccupazione, su suggerimento di Piva, a questo dilagante fenomeno dei trailer comici che impazzano in rete e in blasonati programmi televisivi. Come non impensierirsi se i produttori guardano gli accessi su youtube piuttosto che opzionare romanzi di valore o leggere sceneggiature nella speranza di trovare del talento. In fin dei conti il nostro cinema più significativo l’hanno scritto Flaiano, Brancati, Guerra, Pasolini. Solo per citarne alcuni.

Questa dei trailer invece si prospetta come l’ultima deriva della televisione che fagocita il linguaggio del cinema che potrebbe e dovrebbe essere molto più complesso. Letterario, appunto. Questi trailer, hanno avuto il loro boom con Maccio Capatonda e poi con una serie nutrita di epigoni, tra i quali i miei concittadini Stasi e Fontana (degno di nota il loro “Forrest Gelli” nel programma della Guzzanti “Un due tre stella”)

Sono degli sketches, che, quasi sempre, dietro l’enfasi e il montaggio serrato, tipico del linguaggio del trailer, nascondono il vuoto pneumatico. Delle parodie, più assimilabili al mondo della barzelletta che a quello del cinema o del cortometraggio. Un esercizio di comicità elementare tanto che ognuno di noi sin dalle scuole elementari si è cimentato almeno una volta nella parodia dei film.

La formula è semplice, come la fruizione che ne deriva. Gli ingredienti sono: Un problema o urgenza sociale/politica e un film famoso a cui abbinarlo. Poi si mescola e si rappresentano gli effetti del problema in chiave parossistica. Esagitata, spesso urlata anche la recitazione, a dir poco approssimativa. Non c’è nulla di meglio che urlare per nascondere. Ne sanno qualcosa i comici di Zelig. D’altronde il Trailer è per sua natura realizzato per dissimulare i contenuti reali. Quanti ne avrete visti che vi hanno lasciato col fiato sospeso e poi al cinema avreste chiesto la restituzione del prezzo del biglietto?

Il tutto poi si conclude con titoli del tipo “La terra dei morti contribuenti” o “Non aprite quella scuola”. Titoli che farebbero impallidire anche Ciccio e Franco. Quello che manca è appunto la letteratura, la scrittura. Vale a dire la capacità di andare in profondità e magari indicarci una strada di riflessione alternativa o trasversale al semplice susseguirsi di rapidi sketches. Non a caso sketch significa rapido abbozzo, vale a dire qualcosa che è soltanto un grezzo prologo alla creazione.

Per fare un’altra analogia, questi brevi filmati sono come le caricature che ti fanno in Piazza Navona. I tratti somatici vengono accentuati e questa deformazione ci diverte, per qualche attimo. Tutt’altra cosa è un ritratto che sia in grado di scrutare dentro di noi e svelarci la nostra vera natura e le radici del nostro eventuale malessere. La differenza tra arte e caricatura, pur rispettabile disciplina. Certo, qualcuno le caricature se le incornicia e temo sia quello che vogliano fare i nostri produttori con Maccio & Co. Un esempio virtuoso invece di come si possa, anche in televisione, e attraverso la formula di un breve inserto, recuperare la dignità della scrittura ci arriva dalle pillole di amara quotidianità della famiglia di “456”, nel programma della Dandini (nel cast anche Carlo De Ruggieri, altro mio compaesano).

Il testo di Mattia torre, non a caso concepito e cesellato per il Teatro è una satira che riesce a raccontare, facendo divertire, le contraddizioni del nostro tempo senza indulgere come accade nei trailer da youtube in un didascalico macchiettiamo isterico. Anzi, sceglie la strada della lentezza e mette in campo una ricerca del linguaggio antropologicamente rilevante, che attinge tanto da Monicelli quanto da Ionesco. Tutto questo mio discorrere non esclude che Maccio Capatonda (spesso esilarante) possa scrivere un grande film per il cinema e che Mattia Torre possa invece non riuscirci (a onor del vero Boris il film, era piuttosto zoppicante) o che magari entrambi possano fare grandi cose. Il mio auspicio e ritorno alla premessa è che i produttori ritornino alla letteratura, base fondante del cinema. Solo cosi’ potranno far crescere il proprio pubblico piuttosto che precipitarli nell’abisso di youtube. Forse quel giorno il pubblico di Piva sarà meno sparuto.

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La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.