Quando il film è un pretesto

Lunedì sera: “Amo’, ce lo vediamo un film?”, “certo, Schatzi”: e film fu.
Il film in questione è una pellicola tedesca, una commediola grossolana, che si intitola “Maria, ihm schmeckt’s nicht!”, letteralmente “Maria non gli piace!”, ma tradotto in italiano “Indovina chi sposa mia figlia!” (e l’originalità, come dire, “traborda”).
Trama: un ragazzo tedesco di nome Jan decide di sposarsi con una ragazza appulo-tedesca (Sara) e i due lo faranno nel paesino pugliese del padre di lei, personaggio interpretato da Lino Banfi (Antonio). Recita anche Sergio Rubini: una marchetta anonima, quella del classico tamarro pugliese.
Ciò che con una buona dose di benevolenza si può chiamare “storia” si sviluppa su un intreccio avvincente di fatti e persone, tanto intricato quanto può esserlo un temino di terza elementare del tipo “Descrivi il tuo papà”.
Perché mi prendo la briga di scrivere di una produzione cinematografica, peraltro vecchiotta (estate 2009)?
Semplice: essa rispecchia a pieno lo Zeitgeist della nazione tedesca, i cui Bundesanleihe, per gli amici “Bund” sono presi come termine di riferimento per calcolare quella differenza di rendimento che viene chiamata Spread e che tanto piace ai poteri finanziari e bancari, che di fatto e da sempre sono il vero governo della Germania.
Ma ritorniamo al film.
Questo filmetto è fondamentalmente razzista, fatto di stereotipi razzisti, di cui, però “man sich nicht schämen muss”, ossìa non ci si deve vergognare (cit.: Josef Engels: “Maria, es schmekt uns”, in Die Welt del 6.08.2009). Chissà che cosa accadrebbe se si stereotipasse il cripto-razzismo della società tedesca e il senso di superiorità che anche i Penner (accattoni) hanno nei confronti di chi ha i capelli, la pelle e gli occhi (un po’) più scuri. Menomale, che non sono tutti così ‘sti tedeschi, anche se magna pars… ma va
bene, dai… poteva andare peggio. Anzi, meglio che io, Tersite, mi fermi qui.
Questo trafiletto mi ha stancato e avrei voluto essere veramente cattivo.
Se fossi tedesco mi rilasserei con un tè, dello Yoga, Ayurveda, quattro bambine thailandesi, un po’ di anfetamine, magari del bondage e – perché no? – del sano fisting. Il tutto aspettando la gioia profonda che solo il Panorama Bar sa darmi.
P.s.: un ringraziamento particolare va alla Regione Puglia, che ha cooprodotto (coprodotto, direi, da kopron, che in greco antico significa cacca) questo film.
Grazie Niki.

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