Ricordando Luciano Lutring

La scorsa notte è morto Luciano Lutring. Aveva 76 anni ed era da tempo affetto da un brutto male.

Il “solista del mitra”, questo l’appellativo sui-generis che gli era piombato addosso nella sua ascesa nel mondo della malavita milanese degli anni ’60 e ’70, secondo i genitori avrebbe dovuto fare il violinista, salvo poi diventare famoso per le rapine di miliardi e miliardi, commesse soprattutto nelle banche, sfoderando il mitra dalla custodia dello strumento, era diventato “famoso” ben prima di Vallanzasca, anche al cinema.

Carlo Lizzani, nel ’66, si era già ispirato alla sua storia per “Svegliati e uccidi”, a suo modo un cult, come quel “Lo zingaro” con Alain Delon a lui ispirato, tanto quanto di culto era diventato, nel giro di poco, il “personaggio Lutring”, personificazione di quell’ormai anacronistico ideale di “bandito gentiluomo” – sesso, soldi, lusso – dicotomia e ossimoro per alcuni, sintesi affascinante per altri.

Ma, messi a posto i conti con la giustizia (fu arrestato a Parigi nel ’65, condannato a 22 anni di carcere, ne scontò 12 iniziando a dipingere e mantenendo una corrispondenza con l’allora Presidente della Camera Sandro Pertini, per poi essere graziato dal Presidente della Repubblica francese, Georges Pompidou, e poi nuovamente graziato nel 1977 dal Presidente italiano Giovanni Leone), Lutring era stato anche in grado di riscattarsi, anche attraverso la pittura e la scrittura.

Per questo il curioso, sensibile e caparbio collega Guido Martini, nei mesi scorsi, si era messo sulle sue tracce raggiungendolo poi tramite Facebook, fino ad ottenere la sua disponibilità per un botta-e-risposta di natura cinefila, che lo rivelò un personaggio cordiale e interessante.

Il frutto di quella conversazione è riportato nelle righe a seguire, ricordo postumo a futura memoria di un uomo che il suo amico Giorgio La Torre, all’Ansa, “dopo le grazie presidenziali”, spiega che “aveva cambiato vita. Aveva paura persino di prendere una multa per divieto di sosta. Amava incontrare la gente e raccontare le storie del suo passato, ma senza autoincensarsi. E ai giovani raccomandava sempre di non seguire il suo percorso”.

Quello che segue è l’altro percorso di Lutring.

Guido Martini – Il cinema si è occupato di lei, in Italia come in Francia. Oggi c’è un ‘revival’ del poliziesco e dell’action, con biografie di banditi, bande, film di rapine. Ma fra il Lutring (film) di Lizzani e i lavori contemporanei (spettacolari, roboanti, quasi ammiccanti) c’è una bella differenza. Lei crede che, ad esempio, il film di Lizzani possa avere un valore ancora oggi ‘educativo’?

Luciano Lutring – Le vicende poliziesche mi aggradano, io stesso ne scrivo. Mi citi il film di Lizzani eppure anche in Francia 10 anni dopo Lizzani mi dedicarono LO ZINGARO, diretto da Josè Giovanni, ex bandito e sceneggiatore di TUTTE LE ORE FERISCONO, L’ULTIMA UCCIDE, il capolavoro di Melville con Lino Ventura. Quello francese fu realizzato con maggior dispiego di mezzi e progresso tecnico. Mentre quello di Lizzani insinuava una mia certa inettitudine, poco attinente alla verità, te lo garantisco: eppure questa raffigurazione è valsa per un minor accanimento della giustizia nei miei confronti. La tecnica conta nella vita, anche o specie se innata: di tante qualità, forse poco onorevoli, quella che mi ha contraddistinto è stata il saper prendere in barba coloro che avevo alle calcagna. Al giorno d’oggi, coi mezzi di sorveglianza all’ultimo grido, poter svaligiare o fare una rapina, sfuggire alle indagini, si trasforma in un’impresa disperata.

Guido Martini – Ci parli dei suoi libri: cosa la ha spinta a scrivere?

Luciano Lutring – Spesso il sogno rincorre la realtà, scrivo per esorcizzare quei ricordi dal quale la mia mente non riesce a slegarsi, rubo (pronuncia ridendo, ndr) mie memorie e le deposito su carta, per liberarmi. Mi aiuta a dormire meglio. E’ una prassi chiamiamola terapeutica che consiglio a te e a tutti. (Lutring ha sostenuto all’inizio della telefonata che leggeva con piacere i miei post, sovente lo allietavano, ndr).

Guido Martini – Sappiamo anche che dipinge. Si campa di ‘arte’ in italia oggi o è soltanto un modo come un altro di sfogare la sua vena creativa?

Luciano Lutring – Sì, si può campare d’arte anche se meno di un tempo. Stiamo perdendo un po’ il gusto dell’eleganza. In quel che ho fatto mi sono sempre ritenuto un’esteta. Come ben sai, il mio mitra era in una custodia di violino. Le autorità mi cercavano nei bassifondi, mentre io m’intrattenevo nei pressi del gotha. Per la pittura ho ricevuto innumerevoli premi internazionali e titoli accademici. Ritraggo cavalli, specie senza sella, e paesaggi locustri. Miro a rappresentare pace e libertà, mi fa star meglio.

Guido Martini – Oggi quando viene riconosciuto dalla gente come ‘il solista del mitra’ e quindi ex bandito c’è ancora del pregiudizio su di lei?

Luciano Lutring – Giusto un pelo, inevitabilmente sì. Specie la figura dell’ex-carcerato incute timore e repellenza ma allo stesso tempo il sottile fascino di colui che ha oltrepassato il “limite della vergogna”. Allora come oggi. La mia immagine di “ladro romantico” mi fu cucita addosso da un giornalista di cronaca nera, tale Franco Di Bella e la stampa contribuì a farmi diventare quel che sono diventato. Per quel che mi concerne, non ho mai ucciso nessuno, credo proprio d’aver risarcito il mio debito con la giustizia. Noto che in tanti mi vogliono bene, ho ricevuto parecchie grazie che hanno alleggerito la mia detenzione: inevitabile rimarcare quella ricevuta da Giovanni Leone, ho sempre avuto il sospetto che sia stato tra i miei maggiori ammiratori. E io mi sento di contraccambiare, un po’ con attività sociali, un po’ scrivendo o creando opere d’arte.

Guido Martini – Con i tempi che corrono, in cui tutti sono ormai fuorilegge (perfino e soprattutto i politici e le istituzioni), crede che potrebbe mai nascere oggi un ‘bandito gentiluomo’ del suo stampo?

Luciano Lutring – Viviamo un’epoca dove l’atteggiamento dei politici ha agevolato la voglia della gente di urlare “Al ladro! Al ladro!”. Ma l’epoca da cui provengo io, fatta di rigido perbenismo e ingenuità, temo che non tornerà più. Durante una rapina, prendevo delle cambiali depositate in banca e le distruggevo, tutto a beneficio di coloro che l’avevano depositate. Una volta rubai un auto con all’interno soldi, valigie e alcune foto: 40 giorni dopo restituii di mio pugno tutto alla proprietaria, lei si chiamava Yvonne e volle diventare mia moglie.