Ricordiamo per voi

 

Il mondo letterario di Philip K. Dick è composto da fotogrammi. La sua è una letteratura diretta, quasi epidermica nel materializzare il crescente senso di paranoia che progressivamente aggredisce il lettore. I postulati sviscerati dallo scrittore di Chicago lungo la spina dorsale della sua opera omnia, destabilizzano per la loro tetra vividezza (perdonate l’ossimoro) e contribuiscono a farlo sembrare un oscuro messia, non molto lontano dalla figura di un santone religioso. Un nucleo tematico di ossessioni, fobie, visioni distopiche che Dick ha certamente assorbito dalla sua tormentata biografia: un’esistenza fatta di sbalzi emotivi, abusi di droghe, disturbi mentali. Tutto il lugubre background indispensabile per la creazione delle opere ermetiche e dissacratorie che nell’arco di quarant’anni hanno cambiato il modo di recepire la fantascienza. La visione dickiana del fantastico, però, non va collocata prettamente sotto l’aspetto avveniristico: la fantascienza, per Dick, è l’arena ideale in cui poter ambientare storie di degrado post industriale obnubilate da una cappa lisergica dove reale e immaginario si fondono nella percezione unitaria delle cose.
Proprio per questa ragione la settima arte, macchina illusoria perfetta, è teoricamente l’unica forma conosciuta in grado di rendere concretamente visibile il complesso dedalo immaginifico che trasuda dalle pagine dei suoi scritti. Forzando i lucchetti del realismo e sconfinando nella dimensione fantascientifica, Dick ha potuto sondare il ventre marcio degli Stati Uniti, raccontandone gli aspetti più torbidi. Memoria. Illusione. Controllo delle masse. Perdita d’identità. Sono alcuni dei temi portanti che delimitano il perimetro di azione entro il quale si muovono i personaggi che affollano l’assurdo universo dickiano – non molto lontano da Kafka – e che conferiscono all’opus magnum una connotazione fortemente politica. “Ricordiamo per voi” (o Memoria totale) è il gelido e beffardo racconto del 1966 che racchiude nelle poche pagine che lo compongono le perturbanti ossessioni dello scrittore americano filtrate attraverso la fantascienza più cupa: siamo nel 2084 e Duglas Quail, mite impiegato residente sulla terra, coltiva morbosamente il desiderio di raggiungere Marte, pianeta da lui sempre agognato. A causa delle ristrettezze economiche in cui versa, però, l’unica soluzione per visitare Marte è la Rikord, agenzia specializzata nell’impianto di false memorie, in questo caso la permanenza mai avvenuta di Quail sul pianeta rosso. Durante la procedura di impianto, i tecnici Rikord scoprono che in effetti Quail è già stato su Marte e che di conseguenza la sua memoria è stata precedentemente violata, contraffatta. Una parabola acida sulla perdita del libero arbitrio travestita da spy story, che si fa forte della scrittura manipolatoria del suo autore.

Deve essere stato proprio il carattere simbolico e sarcastico del racconto ad aver stimolato la fantasia del cineasta olandese Paul Verhoeven che, dopo una gestazione lunga anni che ha visto tra i possibili autori dell’adattamento anche David Cronenberg, ha raccolto le redini del progetto ampliandone i numerosi aspetti critici verso la società statunitense. In effetti, Verhoeven, è sempre stato per Hollywood un figlio adottivo ribelle e incontrollabile: in un arco di tempo che comprende la fine degli anni ’80 e la seconda metà dei ’90, il regista olandese ha tracciato una linea di attacco nei confronti di una società americana violenta, guerrafondaia, instupidita dal sottile eppure devastante controllo dei media. Lo ha fatto attraverso la fantascienza, genere politico per antonomasia. Una fantascienza in cui Verhoeven vi ha inserito un alto tasso di realismo coniugandolo a una violenza disturbante ai limiti dell’accettabile, portando così il genere stesso al parossismo. Secondo il montatore di fiducia di Verhoeven, Frank J. Urioste, l’intento del regista “non è sfruttare la violenza come mero strumento di eccitazione a basso costo, ma mostrarne tutto l’orrore”. [1] Scelta questa che, a dispetto delle reali intenzioni, gli è costata appellativi poco nobili: regista perverso. Misogino. Fascista. Una reputazione conquistata grazie alla miopia (quella sì, fascista) di tanta critica che ha preferito crogiolarsi comodamente e superficialmente sugli aspetti più sensazionalistici dei suoi film. Robocop, Total Recall e Starship Troopers (ma anche il dramma erotico Showgirls) sono i perfetti esempi di una decade artisticamente prolifica eppure paradossalmente poco compresa. Naturale, dunque, che Verhoeven facesse di Total Recall (questo il titolo della trasposizione di “Ricordiamo per voi”, giunto in Italia con il titolo “Atto di forza) un cupo quanto ironico sberleffo dell’America post Reagan ammorbata da un capillare controllo in cui persino l’aria che respiriamo diviene privatizzata e concessa sotto ricatto. Prendendosi un’ampia licenza poetica (che non tradisce comunque l’afflato dell’opera dickiana) il regista, in collaborazione con Ronald Shusett, Dan O’Bannon e Gary Goldman, favorisce l’infiltrazione di elementi estranei al racconto (la permanenza di Quail/Quaid alla ricerca del tiranno Cohaagen), accentuandone l’aspetto onirico e per questo ambiguo e psicotico. Quaid ha sconfitto realmente Cohaagen e salvato Marte dalla tirannia di quest’ultimo, oppure la sua è una falsa memoria impiantata come da accordo dalla Rikord?

Grazie all’allestimento di un impianto scenografico di rara sovrabbondanza, dove la rappresentazione del futurismo si tramuta in un’estetica kitsch generante senso di inadeguatezza, Verhoeven realizza una riflessione sepolcrale sulla manipolazione e sul controllo, sull’illusione come unico mezzo di sopravvivenza da parte del protagonista, come dimostrato dal finale volutamente poco chiaro.
Total Recall, prima ancora di essere un racconto, un film, è soprattutto la storia di un incontro. Un incontro tra sensibilità apparentemente agli antipodi, divise da differenze culturali, storiche, sociali. Eppure, e la storia ce lo insegna, le più belle alchimie nascono dalle più profonde diversità. Secondo Verhoeven, il fascino e la forza del progetto risiedono nei diversi livelli di significato che secondo il regista sono associabili con il principio d’indeterminazione di Heisenberg. “Proprio come non è possibile calcolare contemporaneamente la posizione e la velocità delle particelle subatomiche, così gli eventi raccontati in Atto di forza sono ambigui e difficili da interpretare”. [2] Per dirla à la Dick “Dopo tutto, un’illusione, non importa quanto convincente, rimane pur sempre un’illusione. Almeno da un punto di vista oggettivo.”

[1] [2] Le dichiarazioni riportate nell’articolo sono estratte dal volume edito dalla Taschen “Paul Verhoeven”, di Douglas Keesy e Paul Duncan.

 

 

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<p>La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.</p>