Rosemary’s shining

 

“ Sta a sentire, devo farmi la barba e la doccia. Alan mi porta alla presentazione di un film al quale verrà Stanely Kubrick. A che ora sarai qui?”

Cosi’ dice Guy a Rosemary, prima di salutarla ed uscire di casa. Ira Levin, nel suo romanzo più celebre “Rosemary’s baby” del 1967 inserisce il grande regista americano in un dialogo tra l’infido marito e la sprovveduta moglie. Il dialogo termina nella pagina successiva al rientro dalla serata di Guy che non si è rivelata molto produttiva.

“Com’è Stanley Kubrick?”chiede la vittima designata a partorire il figlio del diavolo e il marito ribatte “Non si è fatto vivo, l’imbecille!”.

La frustrazione dell’incontro mancato fa scaturire un accidioso epiteto. Comunque sia, lo scrittore americano si prende la briga di citare il regista suo concittadino, che al momento dell’uscita del libro, aveva da poco consegnato al pubblico “Il Dottor Stranamore”, a dimostrazione di quanto fosse già affermata la sua personalità.

Conoscere Kubrick! Probabilmente, ma è solo una mia supposizione, si è trattato di una lusinga, per incuriosire il regista o perlomeno per assicurarsi che leggesse il libro. Nella speranza che potesse prenderlo a cuore a tal punto da farci uno dei suoi capolavori.

Come sappiamo le cose non sono andate cosi’ ed a occuparsi della trasposizione cinematografica della “favola cupa e brillante”, come la defini’ Truman Capote, fu un altro gigante della settima arte. Rosemary’s Baby di Roman Polansky è uno dei più straordinari film mai realizzati, anche al di fuori del genere. Il regista polacco sembrava predestinato a dirigerlo e sappiamo quanto sia stata orribile l’eredità che ne deriverà e che sconvolgerà la sua vita privata.

Polansky realizza un film perfetto, in cui l’angoscia più profonda (che aveva iniziato a sperimentare con Repulsion) si coniuga alla perfezione con il grottesco (altra sua cifra stilistica basti pensare a Cul deSac o a Per favore, non mordermi sul collo).

La combinazione di questi due linguaggi è degna di un grande alchimista e mai più si ripeterà con tanto equilibrio, nella pur eccezionale filmografia del regista.

Assistiamo alla mefistofelica trappola tesa ai danni di Rosemary ma allo stesso tempo non possiamo non sorridere per il modo in cui Polanski caratterizza questi anziani mostri che la ordiscono. Una setta felliniana.

Il regista ci insegna quanto l’ironia sia indispensabile per raccontare anche la più nera delle storie e quanto sia fondamentale per renderla davvero spaventosa e credibile. La banalità del male, in sostanza.

Ira Levin, facendo pronunciare il nome di Kubrick al consorte di Rosemary, aveva intuito che la sua novella fosse nelle corde del geniale cineasta. Non a caso, molti anni dopo, per la precisione 13, il regista girerà Shining da Stephen King. L’horror movie di Kubrick paga un enorme tributo cinematografico e letterario a quello di Polanski e Levin. Si può dire che sia il più vicino (quasi un sequel) a quel modo di raccontare una storia di spettri o streghe che irrompono e che fanno esplodere la banale quotidianità di una coppia del ceto medio.

All’inizio dei due film, la coppia di coniugi si trasferisce in un nuovo luogo ove sono accaduti sanguinosi fatti. Che si tratti dell’appartamento nel Bramford per Rosemary o dell’Overlook Hotel per il custode Jack Torrance, il nuovo habitat diventa protagonista della narrazione al pari della controparte umana. Guy, il marito di Rosemary è un attore che non riesce a sfondare mentre Jack vorrebbe diventare un romanziere. Alla base del patto scellerato del primo e della follia del secondo vi è dunque l’impotenza e la rabbia.

A farne le spese sono le due compagne e i rispettivi figli. In un caso, sul triciclo, nell’altro ancora nel grembo materno. Le due sventurate donne sono sole, schiacciate dall’ambiente claustrofobico che le isola dal mondo, in preda alla violenza dei maschi. Simili persino nei tratti somatici e nella loro diafana anoressia, nonostante una delle due sia incinta. E tornando ai momenti grotteschi della favola di Polanski, credete che Jack Torrance evochi a caso il lupo cattivo dei tre porcellini, mentre si accinge a schiantare la porta con un’ascia? La recitazione di Jack Nicholson, sempre sopra le righe, quasi al confine con la slapstick comedy, (fece storcere il naso a più di uno) è parente stretta di quella dei satanici vicini di casa di Rosemary. Un contraltare, apparentemente dissonante, all’inesorabile caduta nell’incubo delle due ingenue donne. In entrambi i film c’è un personaggio illuminato dallo Shining o da un più terreno intuito, che dall’esterno cerca di “entrare” e soccorrere le vittime. In tutti e due i casi verrà stroncato mortalmente prima di potersi rendere utile.

Ma sono molti altri i punti in comune tra le due pellicole, dal Décor della messa in scena fino alla doppia chiave interpretativa. Stregoneria e fantasmi o semplicemente follia e immaginazione. Dell’uomo in Shining e della donna in Rosemary’s Baby. In questo ultimo caso sarebbe la frustrazione ed alienazione femminile a generare lo scenario mostruoso. Ma non cambia molto. A tal proposito però, corre l’obbligo di ricordare la sequenza finale di Repulsion, film di Polanski che precede di tre anni Rosemary’s Baby. La pellicola termina con una inquietante zoomata su una vecchia fotografia che ci mostra la protagonista del film da bambina. Lo sguardo allucinato della fanciulla circoscrive l’origine temporale del trauma che è alla base della schizofrenia di cui soffre e che la porterà all’omicidio. Vi ricorda qualcosa? Forse Shining non termina con una lunga carrellata su una fotografia d’epoca e rivelatrice?

In conclusione, Stanley Kubrick apparentemente non si presenta all’appuntamento ordito da Ira Levin nelle pagine del suo romanzo ma in realtà era solo in ritardo. A quel rendev-vous, il grande regista di New York c’è poi andato. Con13 anni di ritardo. Bastava avere un po’ di pazienza.

 

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La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.