Scandalo a teatro

 

 

Erano anni che in Italia non si assisteva a tante polemiche attorno a un’opera teatrale. Il teatro ha sempre avuto un posto centrale nel dibattito culturale italiano, dibattito che non raramente si faceva acceso, alimentando polemiche e suscitando scandali. Ma non so per quale motivo, da un po’ di tempo, non avveniva niente di tutto questo.

A spezzare la monotonia del grigiore culturale italiano ci ha pensato Romeo Castellucci – bisognerebbe riconoscergli almeno questo merito – con il suo spettacolo “Sul concetto del volto del figlio di Dio”, in scena al Teatro Parenti di Milano dal 24 al 28 dello scorso gennaio. È la storia di un uomo che deve fare i conti con la dura realtà del proprio decadimento fisico e che si trova di fronte all’immagine di Cristo, al quale il testo teatrale si rivolge con espressioni veementi e con gesti oltraggiosi.

Forse il regista avrà commesso l’errore di sottovalutare la reazione di un mondo cattolico molto più agguerrito di quello che può apparire a uno sguardo superficiale. Sta il fatto che le proteste si sono fatte sentire e hanno fatto andare in tilt, a vari livelli, il collaudato Teatro Parenti. Il movimento di protesta è stato davvero esteso e anch’io ho potuto coglierne gli echi sul mio profilo di Facebook, letteralmente bersagliato da inviti alla sollevazione popolare.

Protesta che io non potevo condividere, pur essendo io stesso un cattolico. Per la semplice ragione che io, oltre che un cattolico, mi ritengo anche un povero peccatore. Non credo, pertanto, che dal punto di vista di Cristo, il lavoro di Castellucci sia più oltraggioso di quanto non lo siano i miei peccati individuali. Nello spettacolo “Sul concetto del volto del figlio di Dio” vengono scagliati sul volto del Figlio di Dio oggetti che sembrano veri escrementi. Ma è una scena che a me fa venire alla mente le parole pronunciate da Cristo: «Chi è senza peccato scagli la prima pietra».

Di fronte a questo ognuno può reagire come ritiene. Io ho riferito qual è la mia personale reazione di cattolico vecchio stampo che si guarda bene dallo scagliare la prima pietra. Al di là di questo, però, bisogna sottolineare alcuni aspetti che fanno di questo spettacolo un evento teatrale. Il settimanale Tempi, un giornale abbastanza rappresentativo della realtà cattolica milanese, molto intelligentemente coglie questi aspetti controversi e ne parla nel numero in edicola.

«Le centinaia di vecchiette» scrive Luigi Amicone su Tempi, «che ieri sera hanno contestato davanti al Parenti l’opera teatrale sul volto di Dio, hanno sbagliato bersaglio». E, prosegue Amicone, «in Romeo Castellucci e nel suo “Sul concetto di volto nel figlio di Dio” non c’è nulla di blasfemo, di dissacrante, di offensivo il comune sentimento religioso. Una pièce teatrale tremenda, sì, e infestata da quell’odore che ricorda l’elemento umano escrementizio, ma niente di più. […] Non si può negare che lo spettacolo di Castellucci suggerisca solo partecipazione e pietas a un dramma così spesso allontanato e scacciato dal sentimento e dalla rappresentazione della vita moderna. Nel trionfo della società dell’immateriale e delle relazioni umane in remoto, il regista ci ricorda in modo elementare, e assai brutale, questa cosa che si chiama vita nel momento del suo estremo disfacimento. Infine sul volto di Cristo comprare e scompare il tema sottostante al celebre e drammatico dilemma shakespeariano dell’essere-non essere».

Bisogna tener presente, inoltre, che il Teatro Parenti non è un teatro qualsiasi. È stato il teatro di Giovanni Testori al quale Castellucci forse vuole ispirarsi. Ebbene, nessuno mai si sognerebbe di definire Testori blasfemo, pur avendo Testori usato delle immagini sceniche ancora più audaci nei confronti di simboli cristiani. È per questo che ha voluto far sentire la sua voce Giuseppe Frangi, un giornalista della scuderia di Amicone, ma – ciò che più conta – nipote dello stesso Testori. Dichiara Frangi: «No, non c’è niente di abusivo nell’accostare Giovanni Testori e Romeo Castellucci». E spiega: «Certo, ci troviamo di fronte a due autori che utilizzano linguaggi diversi: mio zio Giovanni puntava sulla parola, Castellucci – invece – gioca molto sulle immagini. Entrambi, però, si tratti di parole o di immagini, fanno un certo uso della fisicità. E poi c’è un altro grande elemento che li accomuna. Per entrambi, direi, Gesù Cristo non è un’astrazione, un elemento estetizzante, ma una presenza concreta. Una presenza a cui chiedere conto e con cui fare i conti».

Si sarebbe dovuto dare a questo lavoro teatrale la sua giusta collocazione. Non è trascurabile che il dramma di Romeo Castellucci sia stato preceduto, nel cartellone del Teatro Parenti, dalla rappresentazione di “Job, o la tortura degli amici”, un testo teatrale dell’autore francese Fabrice Hadjadj. Anche il “Job” di Hadjadj, che non è altro che il Giobbe della Bibbia, è un uomo che chiede conto a Dio del suo ingiusto dolore. E anche Giobbe deve sopportare la tortura degli amici che pretendono di censurare la sua scandalosa, oltraggiosa protesta. Qui il discorso si farebbe troppo lungo – forse sarà il caso di riprenderlo successivamente – ma, come si vede, è una storia che incalza l’uomo contemporaneo e affonda le sue radici nell’abisso della dolorosa condizione umana.

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La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.