«Secolo mio, mia belva»

 

È stato, secondo Iosif Brodskij, il più grande poeta russo del secolo scorso. Oggi, si parla ancora troppo poco di Osip Mandel’štam. Per questo, la consacrazione del premio Nobel Brodskij potrebbe sembrare eccessiva. Invece, Mandel’štam può forse essere considerato il Dante Alighieri dei contemporanei.

Quello che sappiamo di questo grande poeta lo dobbiamo soprattutto alla fedeltà di una donna, alla memoria della moglie Nadežda. Ciò che è stato strappato dall’oblio, infatti, lo troviamo in un suo volume dal titolo L’epoca e i lupi. Quando, nel 1938, fu arrestato dalla polizia politica, il poeta aveva appena finito di rielaborare una breve poesia scritta due anni prima:

Per qualche tempo ancora proverò meraviglia

del mondo, dei bambini, della neve,

ma come una strada è aperto il mio sorriso,

non docile, non servo…

Erano gli anni di un regime sovietico dominati da quel «montanaro del Cremino» che era Stalin, da quel dittatore-terrorista coi «mustacchi da scarafaggio» – per usare le espressioni dello stesso Mandel’štam. Allora, l’arresto di un poeta poteva scaturire anche dalla colpa impercettibile di un non servile sorriso e dal fatto di provare «meraviglia del mondo, dei bambini, della neve».

Non è questo un problema che abbia riguardato esclusivamente il regime sovietico, né il tempo passato. E nemmeno, generalmente, un regime in quanto tale. Non per Mandel’štam, almeno. Per quanto la sua poesia sia indubbiamente un pesante atto d’accusa nei confronti dello stalinismo, per quanto la sua stessa vita sia stata spezzata dalla repressione sovietica, la realtà del potere non ha mai offuscato l’orizzonte della sua esperienza poetica:

Non ho bisogno del lasciapassare

notturno, io non temo sentinelle

Con l’arresto del ’38, dopo il quale il poeta sarà condannato alla deportazione in Siberia, era la seconda volta che incappava nella polizia politica. La prima volta era stata nel ’34. In questo caso erano intervenuti in suo favore gli amici, particolarmente Pasternak che interessò Bucharin, il quale a sua volta scrisse a Stalin. E, secondo la puntuale ricostruzione che ne fa Remo Faccani, fu Stalin in persona a telefonare a Pasternak, assicurandogli che, riguardo a Mandel’štam, «tutto andrà per il meglio».

Effettivamente, Stalin mostrò l’accortezza di rivolgere l’azione repressiva non tanto contro la sua persona, quanto contro la sua poesia. Dal punto di vista del dittatore, questo era un segno di clemenza. Stalin sembra non essere stato realmente impensierito da Mandel’štam, essendo evidentemente consapevole che questi mai avrebbe riportato in una dimensione politica, addirittura di opposizione politica, i suoi versi rivolti invece a un interlocutore estraneo al tempo.

Il tentativo del regime sovietico, piuttosto, fu quello di allontanare il poeta. Di confinarlo lontano dalle grandi città, dai grandi giornali, dai centri di cultura. E probabilmente anche la sua deportazione verso l’estremo oriente di Vladivostok non sarà, in senso proprio, un avviamento al Gulag; del resto, il poeta non raggiungerà mai la sua destinazione finale, morendo significativamente in un lager di transito. La sua deportazione sarà più precisamente il tentativo di allontanarlo verso il più distante punto dell’impero, verso un punto da dove la sua voce non avrebbe più potuto raggiungerci.

Ma quale lontananza poteva smorzare la voce di Mandel’štam? Come sarebbe potuta scomparire la sua poesia?

Pietroburgo, non voglio morire – non adesso:

dei miei numeri di telefono tu sei in possesso.

Pietroburgo, su di me gli indirizzi io porto

Che mi faranno trovare le voci dei morti.

Chi mai avrebbe potuto sottomettere la forza indomabile dei suoi versi?

Secolo mio, mia belva, chi potrà

fissar lo sguardo nelle tue pupille?

La poesia di Mandel’štam è l’eco dell’eterno che investe il tempo e affronta il secolo che è belva, che è lupo; è l’eco della vita che puntuale ritorna perché vittoriosa faccia rifiorire l’inaridita esistenza

Nel nero-velluto della notte sovietica,

nel velluto del vuoto universale,

cantano sempre i cari occhi di donne beate,

sempre sbocciano fiori senza morte.

Ripetutamente, il sorriso è calpestato dal potere, sempre la vita è messa alle corde. E troppo debole è la vita per opporsi al potere. Ma spinto verso l’estremo limite, verso la remota Vladivostok del nulla, verso il vuoto universale, sempre l’uomo sarà, da una forza misteriosa, ricondotto nel cuore della vita. Come scrive Mandel’štam, appena  ventenne, in Conchiglia

Notte, forse di me non hai bisogno;

dalla voragine dell’universo

io – conchiglia senza perle – sono

gettato sulla tua proda, riverso.

Con noncuranza fai schiumare i flutti

e riottosamente vai cantando,

ma la bugia d’una conchiglia inutile

ti sarà oggetto d’amore e di vanto.

Verrai a giacerle accanto sulla sabbia

e a ricoprirla della tua pianeta;

a renderla, verrai, inseparabile

dall’enorme campana degli abissi irrequieti;

e il vano della fragile conchiglia –

nido di un cuore ove nessuno alloggia –

ricolmerai di schiuma che bisbiglia,

ricolmerai di nebbia, vento e pioggia…

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[Salvo in un caso, tutti i versi riportati in questo testo sono tratti dalla preziosa raccolta Osip Mandel’štam, Ottanta poesie, Giulio Einaudi Editore, 2009, traduzione di Remo Faccani]

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<p>La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.</p>