SEXY VINTAGE II

 

Russ Meyer ha praticamente passato gli ultimi vent’anni della propria, incredibile, vita a montare, distruggere, coccolare un opus monumentale, The Breast of Russ Meyer che, non ha visto la luce, e che manco l’avrebbe vista, anche se il Nostro non ci avesse lasciato, nel 2004. No, The Breast of Russ Meyer, altro non era che una tela di Penelope, un sogno privatissimo da abbracciare nell’«inverno del nostro scontento»e che, come tale, non poteva, non doveva, uscire dalla fucina alchemica di colui che già il “Washington Post” ha definito “praticamente un’istituzione americana”…No, l’ultimo grande dono Meyer che lo fece anni or sono quando, al pari di un imperatore romano, rese pubblico al mondo l’epitaffio scelto per la propria tomba. Su quella lapide di marmo dovevano essere incise le glaciali parole di un suo detrattore, il Presidente di una delle millanta Associazioni per la Difesa della Decenza: “Più di qualunque altro suo contemporaneo, Russ Meyer è responsabile del decadimento dei valori nella società americana”. E poi sotto, un personale post scriptum (magari scritto con un rossetto): “E’ stato un piacere”…
Se volessimo rendere davvero omaggio a questo grande regista dovremmo, per un attimo, dimenticarci delle tette ballonzolanti, dei corpi da fantasia adolescenziale di Kitten Nadividad o di Raven De La Croix e soffermarci, in un minuto di raccoglimento, andando con la mente alla sua inarrivabile maestria nella difficile arte del montaggio, alla sua capacità di sfruttare al meglio gli spazi che le forche caudine del low budget gli imponevano. Meyer non è un regista erotico, almeno nell’accezione che ne possiamo avere noi europei, cresciuti a pane e Bataille: la sua visione del corpo, dell’Eros, del desiderio non ha nulla da spartire con le tetraggini avant-garde di Walerian Borowczyk o con le velette ed i languori di un David Hamilton…No, Meyer è un auteur a tutti gli effetti che va ben oltre i paletti dei “generi” che ha inteso il cinema come propaggine quasi tattile della Body Art. Divertendosi, tra l’altro, un casino. Dopo gli orrori della guerra, di cui egli è stato muto testimone come cameraman dei marines, Meyer scopre la sconfinata, ora atroce, ora sublime, bellezza del Corpo e vi ci si tuffa a pesce. Tinto Brass (altro disilluso teorico di epidermidi e di sensi) mi disse, una volta: “Morte le ideologie, mi è rimasto il culo”. Meyer potrebbe dire: “E a me le tette
Giusto per restare in Italia potremmo parlare anche delle similutidini con Federico Fellini, e non certo per l’incontenibile esuberanza mammaria delle attrici da loro usate; Meyer, al pari del maestro riminese, è un “creatore di mondi”: la sua America è una trasfigurazione del Reale; fin dai tempi di quella che noi  abbiam definito “la quadrilogia gotica” le lande, le cittadine, le fattorie descritte da Meyer hanno cominciato ad assumere le tinte astratte di una terra “ideale” dove la Storia, dopo aver seminato il proprio rosario di nefandezze, è stata messa al bando e guardata con un ghigno di malcelata derisione. Sarà un caso che la prima spogliarellista immortalata dalla famelica macchina da presa di Meyer nel 1957, grazie all’interessamento del manager Pete DeCenzie, si facesse chiamare “Tempest Storm”?… Affanculo le operazioni tattiche, i Patton-generale-d’acciaio, i proclami da “America Wants you”, e torniamo all’umida, calda, accogliente, “origine del mondo”, per dirla con Courbet…

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<p>La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.</p>