SEXY VINTAGE

 

Poche storie: se davvero si vuol comprendere appieno l’air du temp, quel lisergico respiro libertario ed anarcoide che, tra gli anni Sessanta e Settanta, avvolse pure l’impettita Hollywood delle Major, bisogna “studiare” due pellicole del 1970 dimenticate a bella posta dai tomi di storia del cinema: stiamo parlando di Myra Breckindridge di Michael Sarne e di Beyond the Valley of the Dolls della “strana coppia” Russ Meyer & Roger Ebert: un regista, d’istinto primario, ferino, attivo nel sottobosco dei Drive-In e delle produzioni indipendenti, ed un giovane critico cinematografico (senza alcuna esperienza come screen-writer) a cui la 20th Century Fox diede carta bianca per creare un improbabile sequel-parodistico di Valley of the Dolls, scintillante “mèlo” di successo diretto- non a caso- da quella vecchia lenza di Mark Robson, il papà dell’archetipo Peyton Place. A pensarci, davvero, non ci si crede; a ricostruire quell’anno di epifanie e rivoluzioni si resta a bocca aperta: in un grappolo di mesi, sotto l’egida di una Hollywood silente, astratta, Robert Altman vola letteralmente via dalle miserie di un paese che partorito ha Nixon e la guerra in Vietnam sparando, un po’ alla cieca, con un biplano rubato ad Hanna & Barbera (Anche gli uccelli uccidono), Sam Peckinpah piange la morte dell’Epica di Frontiera e la nascita del rampantismo capitalista (La ballata di Cable Hogue), William Friedkin esplora l’universo “queer” a braccetto con Beckett (Festa per il compleanno del caro amico Harold) e Roger Corman, dall’altra parte della palizzata, gioca a “guardie e ladri” assieme a Shelley Winters, lanciando colpi di mitraglia di cui ancora si sente l’eco (Il clan dei Barker). Solo in questa atmosfera ebbra e palpitante poteva nascere un capolavoro come Beyond the Valley of the Dolls che sta ad Hollywood esattamente come la “Gioconda con baffi” di Marcel Duchamp sta alla storia dell’arte contemporanea. La portata innovativa, rivoluzionaria, dell’opus magnum di Russ Meyer va ricercata nella sua valenza iconoclasta e nella sua capacità- oggi diremmo “post-moderna”- di distillar generi e stereotipi di celluloide col risultato di forgiare alchemici cocktail pronti ad esplodere: Che cos’è, infatti, Beyond the Valley of the Dolls? Un J’accuse sulla crudeltà dello “show business”? Un road-movie “di formazione”? Un musical rock? Un delirante “psycho-thriller”? Uno scorrettissimo melodrammone transgender ante litteram? Tutto questo, e molto, molto, di più…Poeta dell’ipertrofia mammaria, Meyer, dietro la macchina da presa, si è sempre mostrato un lucidissimo teorico dell’ipertrofia cinetica, del montaggio turgido e compulsivo: Beyond the Valley of the Dolls ne è l’esempio più sconcertante. Ed eccitante. Solo quel mito di Carl Stalling, con le sue impervie partiture musicali per i cartoons della Warner Bros, aveva mostrato un tal coraggio oltranzista tra le maglie del cinema “mainstream”: ma Stalling lavorava nel campo dei cartoni animati…

Ecco la chiave di volta: Meyer, da grande visionario qual è, sa che il film nasce in sala di montaggio: solo in quella buia fucina si possono calibrare le dosi, si può dar vita, sangue, calore, alle proprie ombre. Ecco allora che la barocca sceneggiatura di Roger Ebert diviene ghiotto (pre)testo che fa da miccia allo scatenamento iconico, alla più sensuale (da intendersi come “motrice di sensi”) delle sinfonie visive. Il testo asservito alle immagini. Come in Un chien Andalou. O in un episodio di Wile E. Coyote alle prese con l’indomito Road Runner “BeepBeep”. Che meraviglia.

 

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La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.