SHAME

 

Un corpo parzialmente nudo, disteso e immerso nell’algida luce mattutina di New York. Con questa inquadratura si apre Shame, secondo lungometraggio del videoartista inglese Steve McQueen (nessuna parentela con il celebre attore, solo pura omonimia) presentato al 68° Festival di Venezia e vincitore della Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile andata all’attore tedesco Michael Fassbender. Ambientando l’opera nella Grande Mela, McQueen riesce a materializzare con potenziale efficacia il disagio sordo e soffocato dell’erotomane Brandon, perso nell’indifferenza della grande metropoli, specchio della sua stessa aridità emotiva. Il suo fluttuare nei sordidi meandri della città alla ricerca di appetibili avventure a sfondo sessuale non costituisce l’incipit di nessuna ricerca interiore. Anzi, proprio in quell’ indistinto errare le motivazioni e le possibili cause di un tale malessere assumono contorni più sfumati e incerti. Il rapporto sessuale, dominato da irrefrenabili pulsioni autodistruttive, diventa vano tentativo da parte del solitario Brandon di anestetizzare i demoni che tormentano un’ esistenza di cui veniamo a sapere davvero poco tramite piccoli indizi più o meno impercettibili, dosati con sapienza dall’abile McQueen, attento a non lanciarsi in pleonastici tentavi di analisi del contesto sociale e antropologico e anzi deciso nel caricare di ambiguità il filo conduttore della vicenda, Brandon appunto. Unico “allaccio” al passato è Sissy, fragile e insicura sorella del protagonista, capace di far emergere in Brandon un inaspettato tocco di umanità, simboleggiato dalla lacrima versata durante la meravigliosa performance canora della stessa Sissy ma subito domata, seppellita, asciugata. Una ferrea auto imposizione nel negarsi il più naturale degli istinti e un’ostinazione “monastica” nel reprimere un tormento destinato a deflagrare nel meraviglioso epilogo, sospeso e rarefatto come tutto il film. Vero punto di rottura del distorto equilibrio di Brandon, Sissy è la personificazione dell’interiorità lacerata del fratello, interiorità che si materializza nel lungo e serrato confronto tra i due, opposte fazioni rispecchianti un eguale disagio fatto di solitudine e incomunicabilità. McQueen filma tutto questo a temperatura 0, ibernando i caratteri dei protagonisti e le immagini stesse, orchestrate secondo una rigida simmetria che trova pieno compimento sotto le luci artificiali di una città maledetta. Di fronte alle banali e rassicuranti(?) commediole italiane, il film/dramma del regista inglese esce nelle nostre sale con un divieto ai minori e si prefigura come oggetto di confronti e riflessioni. Bellissimo e straziante.

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La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.