She killed in ecstasy

 

Tutto iniziò mettendo piede in una sartoria. Mi trovavo a New York, ero stato invitato ad un matrimonio e avevo bisogno di un abito su misura, qualcosa di particolare, perfino di stravagante, dovendo sottostare alle richieste della sposa per passare a pieni voti la selezione all’ingresso: lei stessa, l’unica severissima esaminatrice. Mi consigliarono una delle migliori botteghe della città e grazie ad un amico attivo nell’ambiente avrei ricevuto un trattamento di favore. Quella che mi attendeva era una seduta personalizzata degna di una popstar di successo, come avessi dovuto suonare al CBGB’s uno dei giorni seguenti. L’indirizzo trascritto sul bigliettino da visita non distava eccessivamente dall’appartamento dove alloggiavo; avevo tutto il tempo di cenare, rimettermi a letto, dormire e fissare una sveglia per la notte fonda, intorno alle 3:00, orario dell’appuntamento, e recarmi sul posto dove ad accogliermi avrei trovato una collezione di indumenti infinita, il titolare in persona, le sue assistenti, il personale al completo nel pieno di uno straordinario lavorativo pagato da una casa di produzione cinematografica ed una troupe, per l’appunto, al lavoro con cineprese, cambi costume e ciak non poco nervosi.

Tra una misura e l’altra per il mio completo matrimoniale, ebbi modo di scambiare due parole con uno degli assistenti alle luci che mi comunicò il titolo provvisorio del film, Ms.45 (1), e che il regista – tra i nomi più in voga della new wave cinematografica del periodo – si chiamava Abel Ferrara. Il nome non mi era nuovo – poco tempo prima avevo visto il suo The Driller Killer – e osservarlo all’opera risultava abbastanza coinvolgente: si calò nel ruolo e iniziò a dare ordini alle sue attrici improvvisate alle prese con gli strumenti del mestiere, atteggiandosi a gran sarto. A qualcuna corresse perfino il movimento del ferro da stiro, inscenando lamentele sui risultati ottenuti e indicando imperfezioni impercettibili, nonostante tutta la meticolosità dimostrata dalle ragazze come fosse un normale turno diurno di lavoro. Si respirava, in ogni modo, un’aria leggera e divertita che rendeva meno faticosi i compiti della troupe.

L’unica attrice reale era una ragazza di nome Zoë, la protagonista del film, giovanissima, poco più che maggiorenne. Sembrava divertita nel destreggiarsi con ago e filo, sorrideva, aveva il diritto di commettere tutti gli errori possibili senza il pericolo che il sarto/regista la riprendesse. Una diva inconsapevole. Su di lei non gravava neanche il peso della battuta da copione, data la parte nella pellicola: sartina muta ed eroina misandra senza scrupoli con il succedersi degli eventi. Osservandola attentamente, non potevo non far caso alle sue sopracciglia: foltissime, di rottura e senza-tempo, sembrava scandissero – dall’alto – la musicalità dei movimenti, oltre a parlare una lingua totalmente nuova rispetto alle arcate a cui la città mi aveva abituato fino a quel momento.

Passò qualche anno, superai la selezione all’ingresso del famoso matrimonio con un completo fucsia dal sapore new-romantic, e Ms.45 diventò un film culto soprattutto per il suo finale leggendario, apoteosi carnevalesca e psichedelica. Il ricordo di Zoësempre nitido e una domanda a cui non sapevo rispondere: perché quella ragazza dalle sopracciglia incredibili non spiccò mai il volo? Una filmografia molto scarna non mi era d’aiuto (pochissime apparizioni e in film difficilmente reperibili in Italia) e soltanto il mio amico, rimasto lì a New York, era in grado di aggiornarmi per via di contatti in comune con l’ex – almeno questa era l’idea che mi ero fatto – attrice. Inoltre mi spedì qualche rivista specializzata, incuriosito dal mio interesse insolito per la questione, in modo da aggiornarmi sulla sua immagine. C’è da dire che le famose sopracciglia non erano più le stesse del film di Abel Ferrara; a saltare all’occhio, un paio di zigomi scolpiti da uno scultore rigoroso, qualcosa d’estasiante alla mia vista,e pensai subito che Hollywood non volesse più investirci sopra perché già impegnata – a suon di milioni di dollari – con quelli di Michelle Pfeiffer.

Sul finire degli ’80, i famosi contatti in comune mi vennero in aiuto e approfondii la questione grazie ad un nuovo soggiorno newyorkese in compagnia del mio amico. Zoëera sempre attiva, non aveva chiuso con il cinema, decise che forse le interessava di più scriverli i copioni piuttosto che recitarli. Così, sceneggiature su sceneggiature e non solo: bozze di romanzi, riadattamenti di vecchie opere, poesie e l’attaccamento viscerale alla musica – già presente fin dalla tenera età – e a testimonianza di ciò mi parlarono di splendide composizioni casalinghe che solo in pochi avevano avuto la fortuna di ascoltare. Un’esistenza all’insegna dell’approfondimento, della ricerca di nuovi spunti, delle nuove collaborazioni. Troppi però, a quanto pare, i progetti rimasti in un cassetto che per un motivo o per l’altro non riuscirono mai a vedere la luce.

Una figura dalle forti tinte enigmatiche che sembrava realizzarsi nell’esaltazione dell’assenza.

Il 1992 la vide nuovamente alla ribalta, nella sua nuova veste, in compagnia del vecchio amico Abel Ferrara per il quale scrisse interamente la sceneggiatura dell’apprezzato Bad Lieutenant (2). Il film venne presentato a Cannes dove mi recai per un servizio giornalistico. La incrociai per caso in un caffè nei dintorni dell’area del festival – gli zigomi sempre più evidenti – colsi l’occasione al volo e le proposi un’intervista. Non accettò, non le interessava minimamente, ma fu felice di chiacchierare. Provai ad accennargli dell’incontro indiretto avvenuto una decina d’anni prima, sul set di Ms.45, ma come poteva ricordare? In compenso, sapendomi italiano, parlò della sua passione per l’opera di Pier Paolo Pasolini (raccontandomi del suo ex-compagno e regista Edouard de Laurot e della collaborazione sfumata in seguito al delitto dell’idroscalo) e per il film di Gillo Pontecorvo La battaglia di Algeri, dopodiché cercò di spostare la mia attenzione su 490, il romanzo monumentale su cui stava concentrando tutte le sue energie, nella speranza di una pubblicazione ufficiale che non rendesse vana la fatica. Chiesi il conto e ci salutammo, sapevo che non l’avrei più rivista.

Nel 1999 appresi della sua morte improvvisa. Aveva 37 anni. Di 490 non si seppe più nulla, come avare furono le notizie sulla sua carriera artistica dopo l’incontro a Cannes, ad eccezione di qualche rara intervista in cui ricorreva il solito tema dell’incompiuto. Il suo marchio, probabilmente il suo capolavoro, la migliore delle visioni possibili, quanto quella di un viso che si disfa lentamente, lasciando pochissimo dietro di sé oltre due zigomi sopra le righe e un paio di bellissime sopracciglia folte.

 

(1) Il film uscì in Italia nel 1981 con il titolo “L’angelo della vendetta”.

(2) In Italia come “Il cattivo tenente”.

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