Simone Cristicchi: un talento tra arte e impegno sociale

Quando nel 2005 il singolo “Vorrei cantare come Biagio Antonacci” lo portò alla ribalta del pop italiano, la maggior parte del pubblico radiofonico non comprese veramente il significato, duro e triste, di quella canzone. Analoga cosa era capitata, qualche tempo prima, a Caparezza, quando fu consacrato da “Fuori dal tunnel”: il pezzo era ballatissimo, in heavy rotation sui grandi network, ma sostanzialmente ascoltato con ben poca attenzione, al punto da essere assimilato come un divertissement.

Questo è il destino perverso che lo show-business italiano riserva a chi riversa, su ritmiche e melodie easy listening, dei contenuti fortemente connotati sul piano sociale, a chi considera ancora la musica come un veicolo di concetti, di storie da raccontare, al di là dell’amore, con le sue gioie e le sue sofferenze ormai inflazionate.

È un po’ quello che facevano, negli anni ’70, i De Andrè e i De Gregori e che oggi, in un mercato sempre più inquinato da talenti spesso plastificati e confezionati ad-hoc dai talent show o da un mercato discografico sempre più “quantitativo”, anziché qualitativo.

Simone Cristicchi, per fortuna, non appartiene a quest’ultima schiera, bensì alla prima.

Sia chiaro, non che i musicisti italiani siano tutti svenduti al dio denaro. Lui, in aggiunta, ha che riesce a rimanere nel pop pur avendo un’attitudine completamente diversa.

Lo dimostra un curriculum che, in poco più di cinque anni, lo ha portato a far parlare di sé in modo positivo e convincente non solo come cantautore e musicista, ma anche come autore di documentari, scrittore e, recentemente, di attore.

Il 34enne artista romano, infatti, dal novembre scorso è impegnato in una tournée teatrale che lo sta portando in tutta la Penisola con lo spettacolo “Li Romani in Russia”, adattamento del poema epico di Elia Marcelli (reduce di guerra e fondatore della Lega Pacifista Italiana, ndr), con la regia di Alessandro Benvenuti, incentrato sulla drammatica campagna di Russia che, durante la seconda guerra mondiale, in nome dei deliri di onnipotenza del Duce, mandò a morte quasi duecentomila soldati italiani su duecentoventimila, uccisi dall’inadeguatezza e dal Generale Inverno.

Dopo il toccante affresco sulla vita nei manicomi italiani, quelli delle lobotomie e degli elettro-shock (restituito dalla canzone “Ti regalerò una rosa” e dal documentario e dal libro intitolati “Dall’altra parte del cancello”, ndr), e il recupero dei canti dei minatori sardi di Santa Fiora, Cristicchi mette al centro della sua opera un altro tema importante: l’assurdità delle guerre e l’innocenza, l’inesperienza, di chi spesso è costretto a combatterle.

Il tutto in un monologo di un’ora e venti, in romanesco vero, teatro civile e di narrazione che diverte, poi commuove e fa riflettere, insomma: che emoziona.

Ciò che d’altronde caratterizza Simone Cristicchi è la sua sensibilità spiccata verso il mondo, l’umanità e le loro rispettive manifestazioni.

Una dote preziosa che lui, per attitudine, look, appeal e questioni anagrafiche, può trasferire soprattutto ai giovanissimi, sempre più “annebbiati” dai fumi di una televisione che oggi è la nuova lobotomia.

A Matera, città di F052 e toccata dalla sua tournée, Cristicchi, prima dello spettacolo, ha incontrato gli studenti del liceo scientifico “Dante Alighieri” e si è presentato loro con una citazione, tratta direttamente dal suo monologo teatrale, più che eloquente:

Siccome nun c’ho soldi da lascia’, vorrei lasciarvi un po’ di verità.

E a proposito di verità, nel suo spettacolo, Cristicchi, parlando del regime, declama:

A forza de sta’ bono e de sta’ zitto, er popolo diventa pecorone.

Mai citazione fu più attuale. La storia insegna, basta solo avere voglia di raccontarla e lui si definisce un privilegiato perché può farlo, trasmettendo emozioni.

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<p>La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.</p>