Solo dio perdona, anche Refn

A due anni da “Drive” torna sul grande schermo Nicolas Winding Refn.

Dell’esperienza americana, il regista danese porta con sé Ryan Gosling, sempre più a suo agio nel suo training da attore feticcio, e una Kristin Scott Thomas mai così dark lady. Poi basta – anzi – sin dai titoli di testa di questo “Solo dio perdona” (Only god forgive), Refn sembra voler prima di tutto mettere le cose in chiaro: né le stelle né le strisce lo hanno cambiato.  Nemmeno di una virgola, al punto da spostarsi all’altro capo del Mondo, in Thailandia, a Bangkok, dove mette in scena l’ennesima introspezione psicoanalitica nei meandri della vendetta.

Un percorso iniziato e culminato con la suprema trilogia di “Pusher”, poi tornato in pompa magna con “Bronson”, parafrasato nell’ostico “Valhalla rising” e riciclato, in grande stile, in “Drive”. Personaggi e situazioni diverse per altrettanti motivi e modi di vendicarsi, come quelli di “Solo dio perdona”, d’altronde.

Julian (Gosling) è un allenatore di thai-boxe a Bangkok. E’ arrivato lì dall’America, scappando da un padre che ha ucciso e da una madre-boss (Scott Thomas). Suo fratello, suo socio in affari ma anche emissario della madre in terra tailandese, presto finisce ucciso dopo aver massacrato una prostituta. E’ proprio per questo che “la boss” atterra in Oriente: per vendicare la morte del figlio. Ma non ha fatto i conti con un poliziotto in pensione ma ancora in grado di maneggiare la spada, se si tratta di vendicare la legge. E’ così che s’innesca una girandola di violenza che però gira lenta, in pieno stile Refn, per esplodere qua e la, mentre dallo sfondo emerge sempre più distinta l’inadeguatezza di Julian a condividere le regole di un mondo dal quale, in fondo, aveva voluto scappare e nel quale d’un tratto si ritrova costretto a vivere, tra l’altro al cospetto di una madre tanto possessiva quanto incapace di sentirlo suo figlio, perché non avvezzo alla vendetta, al punto tale di rinfacciargli addirittura l’averlo dato alla luce.

Questo è il plot, semplice e a tratti scontato, ma il film non è tutto qui, come facilmente può immaginare chi conosce (e ama) Refn.

Sin dai titoli di testa, in lingua thai e in lingua occidentale, e dalle luci dei primi fotogrammi (tornano i rossi e i blu a lui tanto cari) si capisce che Refn è tornato alle origini, al rigore quasi kubrickiano e al linguaggio scarno che l’ha reso grande, per reinventarlo onorando i luoghi che fanno da teatro alla vicenda, orientalizzando la morale della storia e dando questa volta alla vendetta un’accezione ancor più filosofica, una sorta di parabola del figliol prodigo (questa la vera chiave del film), nella quale il massacro diventa funzionale alla catarsi, al nirvana, all’espiazione che prelude alla redenzione e, perché no, alla reincarnazione. Un’andata agli inferi con ritorno che forse pecca a tratti per fluidità in altri per un eccessivo simbolismo che Refn, fino ad ora, aveva tenuto a freno. Ma la dedica finale a Jodorowsky da un senso diverso all’operazione “Solo dio perdona” e perdona anche Refn, al quale occorre dire che non gli serve fare film americani, gli Usa hanno già Mann, o orientali, dove bastano da soli Kitano e Chan-Wook. Dal prossimo basta solo che torni a fare film europei, anzi – ancora meglio – film danesi. Magari, qualora volesse, che si porti pure Gosling.

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La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.