Sono Sion

 

Da tempi non sospetti, le varie manifestazioni cinematografiche italiane (Venezia, in particolare sotto la direzione di Marco Müller, ed il Far East Film Festival) omaggiano il cinema del Sol Levante, passato e presente. Solo qualche anno fa (2005 ndr.) la Fondazione Prada, in collaborazione con la mostra del Cinema di Venezia, ha realizzato una corposa retrospettiva dedicata al cinema giapponese degli anni ’60 e ’70, indirizzata a riscoprire quelle pellicole che hanno segnato l’immaginario di tanto cinema a venire, soprattutto occidentale. I lavori di Kinji Fukasaku e Seijun Suzuki (tanto per citarne alcuni) sono stati restaurati digitalmente e presentati su grande schermo prima (ahinoi, solo a Venezia) e in Dvd poi.

Il valore artistico di queste opere si basa anzitutto su un modello estetico innovativo e ricercato, dalle inquadrature sghembe e seppiate di Fukasaku a quelle policromatiche ed eleganti di Suzuki.
Questa “tradizione” si è intensificata nel corso degli anni ed è notizia relativamente fresca che l’ultimo film del regista-poeta-compositore giapponese Sion Sono (Himizu ndr.) concorrerà nella sezione ufficiale del Festival tra i film in lizza per il Leone d’Oro, accanto a mostri sacri quali David Cronenberg e William Friedkin. La decisone è stata sicuramente – e fortunatamente – dettata dal grande interesse che il direttore Marco Müller nutre per il cinema giapponese, così diverso e astratto da quello occidentale. Sion Sono è certamente una delle più grandi rivelazioni all’interno del panorama cinematografico mondiale nonostante la sua opera sia sconosciuta ai più, italiani soprattutto. Profondamente legato agli usi e ai costumi della cultura giapponese, il suo cinema mira a rappresentarla attraverso una lente deformante.

Secondo quest’ottica distorta, il regista nato a Toyokawa mescola numerosi elementi filmici e teorici amalgamandoli perfettamente in un concentrato omogeneo ma destabilizzante. Particolare attenzione nella sua opera è rivolta al ruolo della famiglia, vista come un enorme vaso di Pandora contenente frustrazione e furia omicida, rabbia e debolezza. Il Perturbante freudiano (elemento costante nel cinema di David Lynch)  trova nel cinema di Sion Sono la sua giusta collocazione, inserendosi provocatoriamente in un contesto intimo ed estraneo al tempo stesso, in qualcosa che ci è familiare ma che al contempo genera paura. In questa macabra cornice, Sono si concede derive estetiche eccessive e barocche, pregne di colori primari che contrastano con il grigiore dell’anima dei suoi protagonisti, divorati dalla solitudine a dall’alienazione.

Parallelamente alla sua partecipazione a Venezia, nei primi giorni di maggio si è diffusa la notizia che il Torino Film Festival, dal 25 novembre al 3 dicembre, dedicherà un’ampia retrospettiva – dal nome Rapporto Confidenziale – al cineasta giapponese, proiettando alla presenza dello stesso gran parte della sua eclettica filmografia, dal dramma giovanile Suicide Club (celebre la scena del suicidio collettivo sotto le rotaie di un treno) all’onirico dramma “circense” Strange Circus. La rassegna, che nel 2009 si è occupata del cineasta danese Nicolas Winding Refn, mira ad analizzare da numerose angolazioni il cinema di Sono, ambendo magari a sdoganare a livello nazionale una figura cinematografica eccentrica e complessa che merita senz’altro di essere riconosciuta come tra le più innovative di questo XXI secolo. Nella sezione multimedia i trailer di Strange Circus e Cold Fish, quest’ultimo presentato lo scorso anno a Venezia nella sezione “Orizzonti”.

Gianfranco Montemurro

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La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.