Teho Teardo, l’industrial del cinema italiano

 

Quando si guarda un film, avvolti del fascinoso buio della sala di un cinema, esistono spettatori e spettatori. Ci sono quelli distratti, purtroppo sempre maggiori, che sembrano interessati a tutto tranne che alla pellicola in proiezione; ci sono quelli che vanno a vedere il film perché magari attratti da una promozione spesso ingannevole e, per fortuna, ci sono ancora quelli che vanno al cinema per osservare un film, per assimilarlo con attenzione aprendosi ad una visione globale nella quale la proiezione è un unicum tra immagini, suoni, movimenti, inquadrature. In quest’ultimo caso persino i titoli di coda diventano imperdibili, perché permettono di dare un nome ad ogni singolo talento che contribuisce alla riuscita di un film.

Bene, Teho Teardo, da questo punto di vista, è un nome, un talento, che negli ultimi anni è apparso con sempre maggiore frequenza tra la testa e la coda dei film italiani più interessanti, scritti o diretti dagli autori più interessanti, da Salvatores a Sorrentino, passando per Chiesa e Molaioli.

Teho Teardo è un musicista e compositore sperimentale, autore di colonne sonore che mescolano sapientemente l’elettronica con gli strumenti classici, tendenzialmente fredde (complici anche i plot che sonorizzano) e quasi sempre minimali, ma proprio per questo forse ancor più capaci di restare impresse nella memoria uditiva dello spettatore.

Se oggi è tra i più quotati soundtrack-writer italiani, però, è perché Teho Teardo ha un passato lungo, nonostante sia piuttosto giovane, fatto di underground e costante sperimentazione, a cavallo tra l’elettronica e l’industrial. Lo testimonia il suo nome scritto a caratteri cubitali tra gli anni ’80 e ’90 negli ambienti del genere.

Un musicista dall’attitudine europea e da una personalità musicale spiccatissima, che merita approfondimento. E scoprire che Teho Teardo è disponibilissimo a parlare di sé e del suo lavoro è stato un motivo in più per lasciarsi andare ad una lunga (e interessante) intervista. Eccola:

Da protagonista della scena musicale italiana alternativa e underground sul finire degli anni ’80 a compositore di culto delle colonne sonore di alcune delle pellicole più interessanti realizzate nella penisola degli ultimi anni: com’è avvenuta questa evoluzione?

T.T. Molto naturalmente, credo si tratti del proseguimento di un percorso che cerco costantemente di rinnovare rimettendolo in discussione. Continuo a fare solo la musica che mi interessa, non credo che potrei fare altrimenti, anche nel cinema pratico mappe che mi riguardano, quindi non c’è mai stato un distacco dal mio universo, ma questo stesso si è evoluto, è cambiato, si è spostato ma in funzione ad una sua logica interna di rinnovamento e non su commissione. Fortunatamente nel mondo del cinema mi chiamano per fare la musica che mi piace.

Se nel tuo passato musicale era maggiormente evidente la matrice industrial, oggi emerge una vena più minimal senza mai allontanarti dal sentiero avanguardistico: una formazione ed una tendenza compositiva tutt’altro che italiane?

T.T. I miei ascolti erano soprattutto dischi stranieri, quindi mi sono formato ascoltando musica che veniva da altri luoghi rispetto all’Italia, oggettivamente era più facile trovare musica interessante fuori da qui e quindi ho semplicemente seguito il filo che mi portava altrove. Più che di minimalismo parlerei di interesse per le musiche che contemplavano l’utilizzo di pochi elementi, ad esempio l’hip hop, mi vengono in mente i primi NWA e Public Enemy, il blues delle origini come quello di Abner Jay, la ripetitività dei Neu ma anche di Steve Reich, i drones di La Monte Young ma anche la follia di Nurse With Wound. In Italia tutto ciò non accadeva e quindi era necessario spostare il punto di osservazione, non per spocchia nei confronti del nostro Paese, ma per necessità di ascoltare il maggior numero di cose.

Credi che il cinema italiano abbia la tua stessa attitudine sperimentale, la capacità di osare, di essere di rottura?

T.T. Nel cinema italiano ci sono forti personalità che stanno creando un linguaggio personale che si stacca dalla tradizione guardando avanti ed io ho avuto il piacere di collaborare con alcuni di loro.
Taluni hanno una “visione” che sicuramente lascerà un segno, sono orgoglioso di aver potuto collegare musica ed immagini dando forma al film. In questa visione c’è la considerazione dello spazio tridimensionale abitato dal suono, non solo in forma di notazione, ma proprio nell’essenza sonora. Direi sonico. In passato il cinema era legato ad una sorta di bidimensionalità: la narrazione era commentata dalla musica. Ora si cerca di amplificare lo spazio, anche quello emozionale, attraverso la musica e quest’ultima non è solo circoscritta nell’ambito della notazione ma utilizza anche il suono ed il rumore nella scrittura.

Esiste un genere cinematografico che ti vede più proattivo, musicalmente parlando? Situazioni narrative che rendono quasi maieutica la tua sonorizzazione?

T.T. Mi piace pensare “I’m on the darkside”: sono evidentemente attratto dagli aspetti più scuri e quindi mi ritrovo a collaborare a film che non sono proprio delle commedie… Credo ci sia una maggiore possibilità di indagine, di ricerca nel lato più scuro dell’esistenza.

Ed un regista con cui vorresti metterti alla prova collaborandoci?

T.T. Sicuramente Kaurismaki, uno dei miei preferiti di sempre.

Nella colonna sonora di “Rasputin”, una delle tue ultime, hai coinvolto Umberto Palazzo, nome-cardine dell’indipendente italiano, conservi immutate le tue origini quindi?

T.T. Umberto ha un talento spiccato per i testi e mi piace molto come li interpreta con la sua bella voce, due motivi più che sufficienti per accendere il microfono una sera in cui è capitato nel mio studio. Poi ci conosciamo da una vita ed è uno degli artisti italiani che mi piace. Mi auguro ci siano altre possibilità di collaborare con lui. Penso che molte band italiane gli debbano parecchio, quello che fecero i Santo Niente già nel primo album era aprire scenari fino a quel momento completamente inediti per l’Italia così provinciale nella sua dimensione indie. Se risento quel disco mi ritorna in mente la Bologna della metà anni 90 in modo preciso, non è poco riuscire a descrivere con precisione ed efficacia una fetta della nostra vita. Per me parla più di Bologna di quel periodo una sola canzone di quell’album che tutta la discografia dei Massimo Volume.

Nei prossimi giorni, su F052, in esclusiva, la “soundtrack” di Teho Teardo.

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La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.