The addiction

Quelli di Abel Ferrara non sono film. O, meglio, non sono soltanto film. Sono piuttosto sistemi organici pensanti fatti di carne e sangue, di materia deteriorabile come deteriorate sono le immagini che li nutrono. Immagini tanto potenti da trascendere il loro statuto cinematografico e assurgere a pure manifestazioni dell’esistenza, espressioni di non-fiction. Quel filtro che è lo schermo, le opere di Ferrara lo squarciano e lo perforano piombando senza mediazioni su chi le guarda, con quella stessa violenza che le anima. The Addiction è, se vogliamo, la quintessenza di questo movimento diretto e spossante, il manifesto di una poetica mai più così lucida e radicale, tendente all’Assoluto.
“La dipendenza ha una duplice natura. Da un lato soddisfa lo stimolo che scaturisce dal male, ma dall’altro ottunde la percezione. Così viene meno la coscienza del nostro stato. […] L’esistenza diventa ricerca di sollievo dal vizio, e il vizio è l’unico sollievo che possiamo trovare.”
Non c’è via di fuga in sostanza, sentenzia in voce off la studentessa di filosofia Katleen prima del massacro. Ché nel suo declivio esistenzialista e fisico, nel suo “farsi” vampira dopo il morso della fatale Annabella Sciorra e nella sua conseguente Addiction, Katleen scorge un vuoto e nel calarsi, buttarsi dentro di esso, decreta totale aderenza al Male come fattore genetico-ereditario dell’umanità tutta. Le immagini che campeggiano nei primi, determinanti minuti, sono insieme dichiarazione di intenti e resa incondizionata al (pre)destino. Diapositive dell’eccidio di My Lai scorrono sullo schermo e fissano una memoria storica che non impara dai propri errori, ma anzi li ripete per appagare l’innata pulsione, il peccato come via di fuga dal peccato stesso, il Male che non conosce validi anticorpi e si auto rigenera per mezzo della stessa dipendenza che crea. Partorito dalla penna imbevuta di protestantesimo del sodale Nicolas St. John, The Addiction riflette ataviche e rispettive ossessioni sia da parte dello scrittore che da parte del regista. Da un lato il conato dello sceneggiatore indirizzato verso la Salvezza edificabile soltanto attraverso una totale adesione a Dio; dal lato del regista, invece, la perenne e inarrestabile ricerca di una scappatoia dal proprio trend autodistruttivo, anche a costo di contemplare, artisticamente e umanamente, la discesa negli abissi. La mediazione tra le due urgenze, in The Addiction, si fa assoluta e quasi intercambiabile, due composti solubili tra loro a tal punto da rendere impossibile l’identificazione certa delle rispettive impronte, attraversata com’è da due nature quasi antitetiche nella ricerca di un obiettivo comune che mai come in questo caso si completano a vicenda. Nel tormento di Katleen, infatti, si scorge prepotente il tormento del Ferrara uomo, individuo gravato in egual misura dai demòni interiori che da sempre l’affliggono e da una sincerità dissestante che sempre, per mezzo dei suoi film, gli ha permesso di esternarli. Come un Martin Scorsese svuotato però di pudicizia e remore, emancipato da vezzi registici e preoccupazioni estetiche, il cattolico Abel Ferrara eredita dalla sua formazione il peso del senso di colpa osservato (e temuto) attraverso una lente autopunitiva, più che auto indulgente: ne vengono fuori loser perpetui  condannati dal carico deterministico dell’esistenza, in un percorso che parte dal Re di New York Christopher Walken, passa per il cattivo tenente Harvey Keitel e giunge, nella sua forma più pura, diamantifera, alla vampira Katleen.
Grazie alla fotografia mortifera e umbratile in B/N di Ken Kelsch che astrae e disinnesca ogni appiglio realistico, emanazione diretta di un espressionismo inseguito sin da King of New York, Ferrara cala nei chiaroscuri della Grande Mela (marcia) colte citazioni letterarie e filosofiche dotandole di spessore e densità seppur “ospiti” di un contesto a esse alieno, sospeso con maestria tra il radicalismo religioso di Bresson e lo sperimentalismo di Murnau. Tutto in nome di un affannoso e lacerante disvelamento del sé.
[1] “Non ho mai pensato a The Addiction come a un film di vampiri. Mi sono piuttosto riferito alla dipendenza che tutti noi condividiamo, alla fascinazione che proviamo nei confronti del male e della violenza e che sembra scorrerci nelle vene”
[1] Dichiarazione di Abel Ferrara tratta dal press-book del film

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<p>La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.</p>