Tokyo godfathers: un sogno lungo una notte

“Con il cuore colmo di gratitudine verso tutto ciò che esiste di buono a questo mondo, ora poso la penna. Vogliate scusarmi, ora devo andare”.

Con queste parole, al termine di una lunga lettera d’addio, Satoshi Kon si congedava da fan, estimatori e addetti ai lavori che con lui avevano avuto la fortuna di collaborare nel corso della sua breve ma intensa carriera. Parole che lette oggi, a quasi un anno dalla sua morte, avvenuta nell’agosto 2010 a causa di un male incurabile, mortificano coloro i quali avevano visto in Kon il primo regista di anime capace di ricreare atmosfere prettamente cinematografiche in senso stretto, slegate dagli stilemi che molto spesso possono condizionare e classificare un film di animazione in quanto tale. Infatti, Satoshi Kon ha realizzato in 12 anni di carriera registica film non propriamente indirizzati ad un pubblico adolescenziale, creando piuttosto un universo psichedelico, torbido e morboso,  capace di fare a meno degli attori in carne e ossa che, secondo Kon, “vincolano eccessivamente il senso dell’immaginazione”. Ed è proprio l’immaginazione, nel suo cinema, ad avere un ruolo fondamentale: il mondo koniano mira a soggiogare e parodiare continuamente la realtà a favore dell’immaginazione pura ed infantile, infischiandosene della logica e procedendo su binari autonomi diretti verso lo straniamento. Proprio per questa sua predilezione nei confronti dell’onirico, Kon è stato spesso definito come il David Lynch dell’animazione: i suoi lavori, estremamente complessi, sono sviluppati secondo una narrazione scatologica in cui sogno e realtà si intrecciano indissolubilmente, assumendo l’uno la valenza dell’altra. Tokyo Godfathers, suo terzo film, si discosta parzialmente da questa poetica allucinata percorrendo corsie alternative e adattandosi maggiormente alle necessità del cinema commerciale, senza per questo smarrire l’impronta personale che ha sempre accompagnato le opere di Kon. Storia di tre clochard che nella notte di Natale si mettono alla ricerca dei genitori di una neonata trovata nella spazzatura, Tokyo Godfathers è il lavoro più lineare e classico di Satoshi Kon, certamente il più ottimista. Il regista di Hokkaidō, infatti, preferisce concentrarsi sulla caratterizzazione psicologica dei tre protagonisti piuttosto che approfondire la dimensione spaziotemporale in cui sono immersi, raccontando la storia in modo da rispettarne l’ordine cronologico. Il vagabondare dei tre reietti – rispettivamente Gin, ex ciclista caduto in disgrazia, Mina, in fuga dai genitori e Hana, transessuale malinconico –  nella capitale giapponese assieme alla neonata, diventa quindi seduta psicanalitica degli stessi, che, affronteranno il proprio traumatico passato immersi in flashback dal sapore squisitamente koniano. In questo contesto, particolare importanza riveste la città di Tokyo, densa di particolari e restituita con estremo realismo, dove i protagonisti si imbattono in incontri dal retrogusto surreale che ricordano la New York di Fuori Orario. Come sempre nelle sue opere, anche nel caso della commedia agrodolce Kon ci racconta il lato oscuro della società giapponese, ermetica e ostile, smorzandone però i toni soffocanti e caleidoscopici che hanno caratterizzato i suoi lavori, precedenti e futuri. Tokyo Godfathers è un’odissea di sogni e speranze, commovente e colma di umanità.                                               Giunto nelle sale italiane in poche copie, sarà possibile scoprire (o riscoprire) questa perla dell’animazione giapponese martedì 26 luglio, a Matera, dove il film sarà proiettato nell’ambito della rassegna estiva del Parcomurgia Film. L’appuntamento è fissato dunque per martedì sera alle ore 21.00 presso lo Jazzo Gattini, località Murgia Timone. Un evento da non perdere.

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<p>La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.</p>