Toni Servillo legge Napoli

 

Uno, nessuno e centomila. Un attore vero, di fatto, risponde a questa figura letteraria di matrice pirandelliana. Deve essere capace, a seconda dei casi, di essere tutto ma anche di annullarsi, pur dovendo conservare la propria identità, forte, chiara, ben connotata per non essere sopraffatto da quelle dei personaggi che interpreta. E così si utilizzano aggettivi come “camaleontico”, “istrionico”, sicuramente calzanti, ma a volte occorre aggiungerne uno: “raro”.

Toni Servillo rappresenta uno di questi ultimi casi. Austero ma simpatico, discreto ma socievole, l’attore napoletano è un talento recitativo, duttile, poliedrico, multiforme e, per questo, raro.

E questo, sia chiaro, non accade solo al cinema, dove pure è stato artefice di interpretazioni memorabili in alcuni dei film più interessanti e significativi del cinema italiano degli ultimi anni.

Toni Servillo nasce, e lavora ancora tanto, come attore di teatro.

E vederlo sul palco anziché sul grande schermo serve ancor più ad apprezzare le sue indiscutibili doti di attore globale.

A Matera, in occasione della tre giorni di eventi culturali del cartellone “Materadio”, la festa di Radio3 Rai organizzata dal Comune in occasione delle iniziative per la candidatura della città dei Sassi a Capitale europea della Cultura nel 2019, Servillo ha portato in scena il recital “Toni Servillo legge Napoli”, una produzione Teatri Uniti che vede l’attore anche alla regia e che annovera alcuni dei più bei testi della produzione letterario-teatrale partenopea, da Di Giacomo a De Filippo, da Russo a Viviani, da Borrello a Moscato, letti e interpretati con assoluta maestria dall’attore che sul Parco del Castello, è apparso in stato di grazia, capace, ecco il collegamento con l’inizio, di mutare registri e toni alla velocità della singola riga di testo scritto, catturando il pubblico e rispolverando il senso ultimo di e del teatro, che poi alla fine appartiene anche al concetto più generico di arte.

Ed a fine spettacolo è stato interessantissimo commentare questi concetti con lui:

“Toni Servillo legge Napoli” è un omaggio alla ricchezza della lingua napoletana ma anche alla sua immortalità?

“Sì, dice molto bene. E’ una lingua che ha una tradizione nobilissima alle spalle perché ha prodotto tanta letteratura, tanta poesia, tanto teatro musicale e tout-court, e che si parla ancora perché resiste, cambiando, trasformandosi ma restando sempre fortemente legata, come deve essere in teatro, a una necessità di espressione”.

Spesso nei testi che legge nel recital aleggia un forte senso di speranza, emerge la tenacia dei protagonisti nel non rassegnarsi mai: sono elementi paradigmatici di un Mezzogiorno che ancora oggi non perde le speranze e la fiducia in sé?

“Più semplicemente direi che questi poeti sono capaci di dare voce a un popolo. E’ una cosa che accade abbastanza di rado da un po’ di anni a questa parte. Ci si riempie la bocca della parola popolo ma molto spesso in maniera strumentale. Questi poeti, invece, danno voce a un popolo che domanda, che chiede conto, che si interroga sul destino, sulla sua condizione, sulla politica, sui suoi problemi”.

Bisognerebbe cogliere più spunti dal passato, insomma?

“Bisognerebbe guardare ciò che ci ha preceduti, questo è importante”.

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La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.