Tremate! l’uomo nero è tornato!

E’ fuori da qualche mese “Cabron!”, il secondo disco de U’ Papun, band pugliese nata che accomuna un cantautore, quattro musicisti e un teatrante e che si era fatta notare già con l’esordio di “Fiori innocenti”, un mix piuttosto originale di etno-folk, funk-rock, jazz e tradizioni popolari del tacco dello stivale, donde anche il nome di battesimo (U’ Papun=l’uomo nero), convincendo anche il buon Caparezza, che aveva prestato il featuring per il singolo “L’appapparenza” e Red Ronnie che, ospitandoli a “Roxy bar” li ha definiti “il lato oscuro della Puglia”.

Questa definizione non era assolutamente campata in aria, U’ Papun, nel disco precedente, appariva come una band quasi esoterica, molto legata alle superstizioni e alle credenze di una terra, quella meridionale, per questo ancora più affascinante. In “Cabron!”, però, le cose cambiano, se pure non del tutto. Le trame folk, infatti, hanno lasciato spazio a un muro di suono più granitico, fatto di chitarre distorte e potenti, ritmiche più serrate e che in più occasioni si avventura nel prog.

 

Un’evoluzione sonora frutto di una esperienza live che nel frattempo si è consolidata, ha amalgamato la line-up e ha reso il progetto molto più maturo.

Anche se da prendere con le pinze, la definizione più calzante, oggi, per U’ Papun è quella dei “System of a down pugliesi”: suono massiccio e articolato, influenze popolari, istrionismo, melodia e rabbia, impegno sociale e satira nei testi.

Convincente soprattutto la prima metà del disco, spumeggiante l’apertura; più inflazionata, invece, la scelta della cover di Gaber, “Io non mi sento italiano”, recentemente ripresa anche da Daniele Silvestri.

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