Un arrabbiato giovane giapponese

 

Attenersi scrupolosamente ai fatti, per ogni giornalista, è una regola fondamentale. Nessun giornalista serio si sognerebbe mai di pubblicare articoli che non abbiano un certo riscontro nella realtà. Questo è fuori discussione. Ma è altrettanto vero che anche in questo caso deve valere quel principio per il quale ogni regola ha le sue eccezioni.

Gli anni dell’ultimo dopoguerra furono anni molto particolari e diversi da quelli che viviamo noi oggi. Non tanto per l’ovvio motivo che c’era stata la guerra: le rovine, i lutti, le ferite, la consapevolezza dell’inimicizia tra i popoli e degli intimi rancori. Non tanto per il diverso contesto sociale e per il disastro economico. Furono anni particolari perché si scopriva quanto grande fosse diventata la fragilità psicologica degli uomini.

E forse non per la realtà della guerra, ma in un certo senso per il suo contrario: per la difficoltà ad accettare la realtà. Negare la realtà poteva diventare un’ipotesi di vita? Un quesito del genere non poteva assolutamente interessare il mondo del giornalismo che per principio, appunto, dalla realtà non può affatto prescindere. Ma abbiamo, anche in questo caso, una straordinaria eccezione alla regola.

È un articolo che Dino Buzzati scriveva come inviato del Corriere della Sera e che si può trovare nella raccolta Cronache terrestri, pubblicata in occasione della morte dell’autore. Buzzati scriveva nel novembre del 1963 da un Giappone provato, più di altri paesi, dalla disastrosa esperienza della guerra per riferire di aver avuto occasione di incontrare a Tokio un «giovane arrabbiato giapponese». L’arrabbiato Terutoyo Taneda dichiarava apertamente di odiare tutti i suoi connazionali colpevoli non soltanto del fatto di non essere «pronti di mente», di non essere «sicuri di sé», di avere «un pensiero incredibilmente lento», di essere «tristi senza sapere il perché», ma colpevoli soprattutto di spingere: «spingono, spingono, spingono in massa».

In tutto questo, per l’attento Buzzati, c’è già sufficiente materiale per un servizio giornalistico. Ma l’incontro con Terutoyo Taneda gli riserva altre sorprese. Perché l’ira del giovane si placa non appena il discorso cade sul tema dell’esistenza degli spiriti che in Giappone pare godano di grande considerazione. Come gli yurei, gli obakè e come «il famigerato Kappa, che abita nelle profondità degli stagni e se un uomo si tuffa lui lo tira sotto e gli divora gli intestini». Quello sugli spiriti giapponesi sarebbe un elenco molto lungo da fare.

Per dovere di cronaca, il giornalista deve annotare che «anche in Tokio città esistono gli spiriti» o, ameno, questa era la convinzione di Taneda. Buzzati scrive: «quando gli ho proposto di farmeli conoscere lui ha risposto con entusiasmo di sì e per due sere fino a tarda ora mi ha fatto girare per strade e stradette fuori mano e mi indicava quell’angolo, quella casetta, quell’albero: là, di notte, diceva, si odono voci misteriose. Ma o che piovesse troppo, o che passassero troppe automobili, o che la luna fosse nella fase sbagliata, fatto è che di spiriti manco l’ombra. Per prima cosa, stasera, per disporre il mio animo alle cose occulte, Taneda mi ha condotto in una tenebrosa stradetta di Shibuya dove, sull’unico marciapiede largo cinquanta centimetri, continuamente sfiorati dalle macchine che ci passavano appena, sedevano al loro deschetto sette chiromanti, uomini e donne. Ciascuno aveva un tavolinetto pieno di tabelle incomprensibili e una lampada di carta con sopra descritte le referenze; per esempio: Volete conoscere il vostro futuro? Volete sapere che cosa pensa la persona a cui pensate? Affari, matrimoni, amore, viaggi, processi».

Buzzati segue il giovane nella nostalgica ricerca dei suoi amati spiriti. «Io chiedo: “Manca molto?”. “C’è qui a Tokio” dice senza rispondere Taneda “un numero telefonico che non esiste. Eppure certe notti, se si chiama, rispondono delle voci, dei lamenti giapponesi, un po’ come al teatro Noh”». Il numero è questo: 5131313 – prefisso di Tokio, presumo. Chi vuole, può provare a chiamare questo numero inesistente. Attenzione però; perché al povero Taneda gli è andata male. Confessa: «Non lo farò più. Ho avuto paura».

Per Terutoyo Taneda esiste a Tokio una casa dove «accadono cose spaventose, non c’è uno che sia resistito fino all’alba». La curiosità di Buzzati è forte: «Perché non mi ci porti?» Ma il giovane giapponese non ha tempo per queste cose: «Stasera è tardi, si trova dall’altra parte della città, ti ci porterò nei prossimi giorni… Ma guarda che siamo arrivati. Qui forse qualche spirito…»

Questo scriveva da Tokio Dino Buzzati per il Corriere della Sera. Era l’anno 1963. Altri tempi. Difficilmente troveremmo oggi giornali che mandino inviati speciali a vagare per le vie della lontana Tokio «due sere fino a tarda ora» senza raccogliere informazioni utili almeno a far cadere un governo. Difficilmente troveremmo chi abbia un così alto concetto della democrazia da sentire il dovere di attraversare il mondo intero per dare voce a un giovane insofferente alla pessima abitudine dei connazionali di spingere, di spingere in continuazione. Chi sarà mai disposto a farci da guida nelle tenebrose stradette di Shibuya alla grottesca ricerca di indizi utili a scrutare il nostro povero destino? Chi è disposto a sopportare l’affanno di un cammino tra remotissime «strade e stradette» nella vaga speranza di incontrare «forse qualche spirito»?

Certo, questa non potrebbe mai rappresentare una regola. Ma bisognerebbe provare, ogni tanto, a introdursi nell’irrequieto mondo dell’incerto. Esisterà davvero quel «famigerato Kappa, che abita nelle profondità degli stagni e se un uomo si tuffa lui lo tira sotto e gli divora gli intestini»? E un altro Dino Buzzati esisterà mai?

Author

<p>La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.</p>