Un brutto voto per Saviano

 

Lo scrittore Roberto Saviano è stato oggetto su Twitter di aspri commenti per aver scritto “qual’è” con l’apostrofo. È un errore grammaticale abbastanza grave; l’avesse fatto al compito in classe, avrebbe beccato sicuramente un brutto voto. Spiace che lo scrittore si sia arroccato nella difesa del diritto alla licenza poetica, non essendo nemmeno un poeta. A un bel momento, bisogna avere il coraggio di riconoscere i propri errori. E questa è una regola di vita che non vale soltanto con la grammatica. Invece, Saviano va dritto per la sua strada: «Ho deciso 🙂 continuerò a scrivere qual’è con l’apostrofo come Pirandello e Landolfi. r.».

Ecco il brano incriminato: «Khadz Kamalov, un giornalista coraggioso, è stato ucciso. 70 giornalisti russi uccisi in Russia. Qual’è il peso specifico della libertà di parola?» Per uno scrittore, il peso specifico della libertà di parola è certamente notevole. Ma dovrebbe esserlo anche quello della grammatica.

Fatta questa premessa, bisogna aggiungere però che le regole grammaticali, come in genere ogni tipo di regole, sono esposte al rischio di quella trasgressione che inevitabilmente le insidierà. “Qual è” con l’apostrofo è uno dei casi più ricorrenti e giustamente Saviano sottolinea che si tratta di una regola disattesa anche da importanti scrittori, tra i quali Pirandello che è addirittura un Premio Nobel per la Letteratura.

Se un fisico sbaglia il risultato di 2+2 non prenderà mai il Nobel per la Fisica. Ma la letteratura è letteratura e fare un errore di grammatica grave è ritenuta una cosa che non compromette niente, nemmeno il Nobel. Anche perché, a differenza delle scienze esatte, quando in grammatica arriverà il giorno in cui la trasgressione sarà diventata la regola, la regola imporrà a tutti di trasgredire. La stessa cosa potrebbe capitare, quindi, con il “qual è” ed è per questo che Saviano può dire di voler continuare a scrivere quell’espressione in maniera irregolare. Ma bisogna stare attenti. Ricordo che anni fa, per la stessa ragione, la Bompiani decise di scrivere “ò” verbo con l’accento invece che con l’acca. Pagò cara l’ostinazione, perché dovette poi applicarla all’intero Dizionario degli Autori, un’opera enciclopedica di molti volumi. La casa editrice aveva fatto male i suoi calcoli: la “o”, verbo, ancora oggi continua a essere scritta con l’acca e chi apre il Dizionario degli Autori, stampato da Bompiani all’epoca, oggi storce il naso.

Sul quotidiano Il Giornale, Alessandro Gnocchi pur esprimendosi con severità nei confronti di Saviano, mostra una certa clemenza: «Chi non fà errori di ortografia per distrazione, per sonnolenza, perché i tasti del pc sono vicini, troppo vicini, scagli il primo iPad». L’osservazione si impone per la sua evidenza e lo stesso Gnocchi, forse per rafforzare la sua tesi, commette anche lui un errore grave almeno come il “qual è” e scrive “fa” con l’accento.

Anche Peppe Severgnini dice di voler giustificare Saviano; ma lo fa con la motivazione che io trovo un po’ puerile: «su Twitter non esistono correttori automatici» come avviene invece in Word di Office. La fortuna di Saviano è che tutto quello che egli dice o scrive finisce per avere un risvolto politico e nel nome del pluralismo politico – evviva! – tutto è concesso. Anche questa faccenda dell’apostrofo. E qui voglio spezzare una lancia in favore dell’autore di Gomorra. Io non sono in grado di verificare con certezza la provenienza geografica dei critici di Saviano, ma non mi meraviglierei di scoprire che sono tutti padani. Perché nella Padania – diamo per scontato che esista – c’è un terrore per l’apostrofo che è pari soltanto a quello per gli immigrati. Non dico a Milano, perché do per scontato che i milanesi abbiano fatto le scuole alte, ma nella Bassa e soprattutto in Brianza è frequentissimo trovare gente che scrive “un”, col valore di articolo femminile, senza apostrofo e per paura di sbagliare ci si autocensura ricorrendo alla più sicura forma “una”. Per cui vedrete che nella Padania si scrive “una emigrata” – bruttissimo – o altre espressioni improponibili, tipo: «ho comprato una auto nuova». Quando poi si passa dallo scritto al parlato, il risultato è un disastro: si finisce per parlare come l’attrice Maria Amelia Monti. Orrore.

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<p>La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.</p>