Un campione nel gulag

 

Il libro di  Marco Iaria “Donne, vodka e gulag” è stato tra i finalisti dell’ultima edizione del Premio Bancarella, probabilmente l’unico premio letterario italiano che tiene conto degli orientamenti dei lettori invece della civetteria dei salotti letterari.

Nel libro, Marco Iaria, giornalista della Gazzetta dello Sport, racconta la storia del fuoriclasse del calcio sovietico, Eduard Streltsov, il Pelè bianco. È la storia di un campione come ce ne sono stati pochi, ma è anche la storia di una vittima del potere comunista come purtroppo in URSS ce ne sono stati molti – milioni di persone. A interrompere la folgorante carriera di Streltsov ci fu la deportazione nei campi di concentramento. Dietro questa condanna c’era solitamente la “colpa” di essere oppositori del regime o anche soltanto dissidenti.

Ma quale fu la “colpa” di questo calciatore che in testa non aveva idee politiche pericolose ma soltanto il chiodo fisso del pallone? La risposta è questa: Streltsov aveva un taglio di capelli “ribelle” e fumava molto, beveva molto, piaceva molto alle donne. Pare che tra queste donne ci fosse anche la figlia di un pezzo grosso del regime che il campione avrebbe osato respingere. Si trattava della figlia di Yekaterina Furtseva, della quale avrebbe detto: «non la sposerei mai quella scimmia». Di certo, Streltsov aveva una vita sregolata e in questo i comunisti sovietici ci vedevano la tendenza verso un corrotto stile di vita occidentale. Il campione andava urgentemente “rieducato”, tenendo conto dell’inevitabile influsso che avrebbe potuto esercitare sui suoi numerosissimi fans.

La stella di Eduard Streltsov aveva iniziato a brillare quando aveva indossato la maglia della Torpedo Mosca, una squadra all’epoca niente affatto blasonata. Divenne ben presto l’idolo della tifoseria di questa squadra che sembrava destinata alle parti basse delle classifiche. Streltov indossò anche la mitica maglia rossa della nazionale sulla quale campeggiava enorme il misterioso acronimo CCCP. Era la nazionale di Lev Yashin.

Come scrive Alec Cordolcini sul Guerin Sportivo, «Quando il 25 maggio del 1958 Eduard Streltsov varcò la soglia della dacia di Eduard Karakhanov, ufficiale militare da poco rientrato dalle lontane lande dell’Unione Sovietica orientale, tutto il mondo giaceva ai suoi piedi. Era alto, giovane, vigoroso, affascinante e soprattutto pieno di talento. Con una palla tra i piedi sapeva fare cose incredibili. Mai visto nessuno come lui su un campo da calcio dell’URSS, affermavano all’unanimità i commentatori sportivi; un’opinione, questa, diffusa anche nella parte di Europa sita a ovest della cortina di ferro, dal momento che nel 1957 il nome dell’allora 20enne Eduard Streltsov figurava al settimo posto nella graduatoria del Pallone d’Oro, assegnato quell’anno ad Alfredo Di Stefano».

In 25 maggio del 1958 si era alla vigilia della partenza per il campionato mondiale di calcio che si disputava in Svezia e che avrebbe visto battersi la formazione sovietica contro quella brasiliana e quindi Pelè, contro quest’altro Pelè bianco che era Streltsov. Pelè avrebbe debuttato ai mondiali proprio in quella partita contro l’Urss e poi, nella finale, segnerà il più bel gol nella storia dei mondiali di calcio.

Ma ai mondiali di Svezia Streltsov non ci sarà. In quei giorni – scrive ancora Cordolcini – «era rinchiuso in uno cella del Butirka, uno dei più duri carceri sovietici, in attesa di giudizio per un’accusa di stupro. Fu condannato a dodici anni e spedito in un gulag […] Fu una macchinazione ad opera di Yekaterina Furtseva, l’unica donna ad essere mai stata ammessa nel Politburo, l’organo esecutivo del PCUS, il Partito Comunista Sovietico. I due si erano conosciuti nell’atrio del Cremlino durante le celebrazioni per la vittoria olimpica; fu in quell’occasione che la Furtseva chiese a Streltsov di sposare la 16enne figlia Svetlana, ottenendo un secco rifiuto. “Sono già fidanzato e presto mi sposerò”, replicò il giocatore». Forse il calciatore aveva bevuto troppo, perché poco dopo, parlando con gli amici, si era lasciato andare, paragonando la figlia della Furtseva a un primate.

Gli fecero capire che lo avrebbero lasciato libero e che avrebbe raggiunto i suoi compagni di squadra qualora avesse sottoscritto un’ammissione di colpa. Ma ciò non avvenne. Fu spedito nel gulag, ai lavori forzati nelle miniere. Quando finalmente ebbe scontata la sua pena, volle tornare a giocare nella sua Torpedo Mosca riuscendo a portare ai vertici del calcio sovietico questa squadra scalcinata, benché il gulag avesse lo avesse ridotto a una larva. I lavori in miniera avevano procurato a Eduard Streltsov un cancro alla gola, una malattia che lo porterà alla morte.

Il libro di  Marco Iaria  “Donne, vodka e gulag“ è edito da Limina, una casa editrice di letteratura e cultura sportiva.

Paolo Tritto

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