Un caso imbarazzante

 

In Cina, il 6 luglio scorso, l’agenzia di stampa ufficiale – inutile ridondanza, dal momento che in Cina non c’è niente che non sia “ufficiale” – ha smentito la morte dell’ex presidente Jiang Zemin, 84 anni. Ma il potere cinese non si è limitato alla doverosa smentita della notizia. Ha invocato le leggi vigenti per impedire che la “non-notizia” fosse divulgata. Pertanto, chi in Cina tenti una ricerca su Google della voce “jiang”, vede apparire la seguente risposta: «In ottemperanza alle leggi, regolamenti e direttive in materia, i risultati di questa ricerca non possono essere mostrati».

Il problema non è avere informazioni sull’ex presidente cinese. Il fatto è che il nome del potente uomo politico, in quella lingua, significa “fiume”. Di conseguenza, chi in Cina cerchi su internet notizie riguardo a un qualsiasi fiume, compreso il Fiume Azzurro (Chang Jiang, terzo fiume per lunghezza al mondo) non troverà risposta alcuna, in attesa che si definisca lo stato di salute di Jiang. Censurata anche la voce “ospedale 301”, dove l’ex presidente si ritiene sia ricoverato, e addirittura la parola “morte”. In Cina circa 450 milioni di persone usano abitualmente internet.

Il provvedimento restrittivo del governo cinese è scattato dopo le rivelazioni di alcuni organi di stampa che per la verità si erano limitati a rilevare l’assenza dell’anziano leader Jiang Zemin alle celebrazioni per il novantesimo anniversario della fondazione del Partito comunista cinese. La censura ha colpito anche ATV. E ciò è molto strano perché si tratta di una televisione di Hong Kong molto vicina allo stesso partito comunista. Secondo alcuni osservatori, dietro questa colossale censura ci sarebbe il tentativo del potere di gestire la data della morte di Jiang, come è successo anche nel caso del decesso di Huang Ju, vice Premier della Repubblica popolare, morto quattro anni fa.

Claudia Astarita, sinologa e docente presso l’Università di Bologna, dice: «nessuno rimarrebbe stupito se la Cina annunciasse, tra qualche giorno, la “nuova” data della morte di Jiang Zemin. Che ATV abbia dato una notizia non confermata è davvero poco credibile, ma che Pechino voglia aspettare qualche giorno a parlare delle condizioni di salute dell’ex-Presidente è più che comprensibile anche perché, in una nazione così superstiziosa come la Cina, un decesso “importante” a ridosso delle celebrazioni dei successi del partito sarebbe considerato come un evidente segno di sventura».

Non si capisce, dunque, se questo benedetto Jiang Zemin sia vivo o morto. Ma quello che non si comprende realmente è se in Cina lo stesso comunismo è ancora vivo. Certo, se i cinesi hanno appena spento le novanta candeline del glorioso partito comunista cinese, vuol dire esso che è ancora in buona salute. Ma se davvero la Cina fosse comunista, sarebbe ancora in vigore l’ateismo di Stato. E invece, in Cina, per delle risibili credenze legate alla superstizione, quasi mezzo miliardo di utenti internet hanno Google bloccato e lo stesso Jiang Zemin non può varcare la porta dell’obitorio. L’ateismo di stato comunista doveva spazzare via la superstizione e invece si è verificato il contrario: dopo novant’anni, la superstizione tiene sotto scacco il comunismo.

Aveva ragione G.K. Chesterton quando diceva: «Da quando gli uomini non credono più in Dio, non è vero che non credano più in nulla: credono in tutto».

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