Un desiderio che non ha parole

 

«Sono a Matera sin dalle ore prime antimeridiane del 7. Arrivai all’una dopo mezzanotte, dopo molto trabalzar di vettura, per vie selvagge attraverso luoghi che io ho intravisto notturnamente, sinistramente belli».

Giovanni Pascoli giunse in Lucania il giorno 7 ottobre 1882, al termine di un lunghissimo e avventuroso viaggio. Spingersi dalla Romagna fino a una remota città meridionale come Matera, allora, era un po’ come essere catapultato in un altro mondo. «Ma non vuoi credere» scriveva infatti il poeta, «che Matera sembra in Affrica e che io voglio un monumento anch’io, come Pellegrino Matteucci, dal Parmeggiani». Pellegrino Matteucci, esploratore romagnolo, è stato il primo europeo ad attraversare tutto intero il continente africano.

Ma cosa aveva spinto Giovanni Pascoli così lontano? Le circostanze della sua vita le abbiamo apprese tutti sui banchi della scuola elementare. Dopo la morte del padre, vittima di un attentato, la famiglia va incontro alla rovina economica. All’età di sedici anni, inoltre, Pascoli perde anche la madre e purtroppo altri lutti si aggiungeranno negli anni successivi; alla morte della sorella maggiore, di Luigino e dell’altro fratello maggiorenne, il nucleo familiare rimarrà decimato.

Le sorti della famiglia ricaddero così su Giovanni, che studiava all’università di Bologna, dove seguiva le lezioni di Giosuè Carducci. Possiamo immaginare quanto fosse precaria la situazione di uno studente che doveva affrontare la vita universitaria senza mezzi economici e con la consapevolezza di dover assumersi il carico della famiglia, particolarmente delle sorelle Ida e Maria. Neanche dopo la laurea sembrò che la realtà dovesse cambiare, al punto che Pascoli cominciò a pensare di mettersi alla ricerca di un modesto lavoro come impiegato comunale. Ma anche questo fu inutile.

Spinto dalla necessità, aderì alla massoneria. E indubbiamente dietro al conferimento della docenza nel Liceo-Ginnasio di Matera vi è il cedimento all’occulto ricatto dei massoni. Troppo ravvicinate sono le due date. L’adesione alla massoneria da parte di Pascoli è una voce che è sempre circolata, voce puntualmente smentita, soprattutto dalla sorella del poeta, Maria, che fu anche la sua biografa: «Giovannino non fu mai massone, non ebbe mai in nessun tempo la minima tentazione di mettersi nella setta massonica, né in altre sette. Non volle legami alla sua volontà, e meno ancora alla sua libertà, che gli era più cara e preziosa della vita stessa».

In realtà, in epoca recente è venuto alla luce un documento che secondo alcuni costituirebbe la prova certa della iniziazione alla massoneria del Pascoli. Si tratta del testo del testamento massonico del poeta nel quale si fa risalire al giorno 22 settembre 1882 l’iniziazione nella Loggia. Il documento, autografo, è stato battuto all’asta a Roma presso Bloomsbury il 20 giugno 2007. Il fatto che tra la data dell’adesione alla massoneria e quella del conferimento della cattedra al Liceo-Ginnasio di Matera passino appena quindici giorni giustifica il sospetto che dal Pascoli l’atto di adesione sia stato percepito come la condizione per ottenere l’insegnamento. Del resto, non è stato mai un mistero che per sbloccare la situazione sia intervenuto il suo maestro Giosuè Carducci, massone anche lui. Il “favore”, per la verità, fu fatto soltanto a metà; una sede così lontana come Matera non era proprio ciò cui Pascoli aspirasse, il quale ironizzò un po’ con il Carducci, lamentando il fatto che Matera fosse soltanto il “quasi anagramma” di Teramo, dove egli forse si aspettava di essere destinato.

Ma a Matera Pascoli non si trovò male, sebbene le sue ristrettezze economiche non trovarono nella cittadina lucana la sede ideale per essere risolte. Nei primi mesi non giunse nemmeno lo stipendio e fu possibile tirare a campare, possiamo immaginare quanto penosamente, soltanto grazie a piccole somme concesse personalmente da qualche collega e in specie dal preside. Addirittura dovette lasciare la casa, se può chiamarsi casa lo squallido alloggio che abitava, e chiedere ospitalità presso il Palazzo Lanfranchi dove aveva sede anche la scuola. L’ospitalità gli fu concessa in cambio dell’impegno da parte del Pascoli a ordinare la biblioteca scolastica, un impegno non privo di una certa rilevanza in una città che di libri non ne aveva mai visti se non in chiesa. Notava allora Pascoli che a Matera «non c’è un libro. È una morte».

A Matera inoltre, il costo della vita era piuttosto alto: «non bastano le 137,53 per mangiare e alloggiare; né si guadagna altro». E lui aveva necessità di mandare dei soldi a casa per incrementare le magrissime entrate ma anche perché aveva promesso alle sorelle l’acquisto di un pianoforte – non si vive di solo pane. Sforzi anche questi vani. Quando finalmente fu nelle condizioni di mandare la somma promessa, la famiglia era in bolletta e l’acconto per l’acquisto del pianoforte, miseramente, servì per il pagamento dei debiti.

I due anni di permanenza in Lucania sembravano essere stati del tutto infruttuosi. L’idea di potere risollevare le sorti della propria famiglia, accettando l’incarico in una città così distante, sembrava essere stata dunque un’illusione. E invece la sorte mutò proprio al termine di quella esperienza lucana, quando seguì il suo preside fino alla remota sede di Viggiano – due durissimi giorni di viaggio in treno, in carrozza, a dorso di mulo – per un incarico come commissario d’esami nel locale liceo. Qui Pascoli ricevette un generoso compenso in sterline d’oro, una valuta tanto pregiata da essere sconosciuta ai cambiavalute di provincia.

Da allora, per Giovanni Pascoli, la ruota cominciò a girare per il verso giusto: otterrà un relativo avvicinamento a casa, con il trasferimento a Massa dove le sorelle potevano andare a vivere con lui. Sempre a questo periodo risale la sua consacrazione come poeta, cui seguì la pubblicazione delle più significative raccolte poetiche, Myricae, i Canti di Castelvecchio, i Primi poemetti, e poi quella de Il Fanciullino, in cui espone la sua concezione della poesia. Ottiene una cattedra universitaria a Messina, dove rimarrà cinque anni, prima di essere trasferito a Firenze; è una carriera che si concluderà con la docenza all’Università di Bologna, dove subentrerà al suo maestro Giosuè Carducci nella prestigiosa cattedra di letteratura italiana.

Sarà però, quello di Pascoli, un successo tragico che lo porterà a un inaridimento della sua vena creativa. Saranno anni in cui sarà smarrita quella ispirazione che aveva animato versi come L’Aquilone: «C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole, / anzi d’antico: io vivo altrove, e sento / che sono intorno nate le viole». Il poeta che era stato catapultato lontanissimo dalla sua casa, una volta ritornato a casa non trovava più motivi di ispirazione. Si vedrà Pascoli appiattirsi su posizioni politiche, addirittura di propaganda politica, come è il caso del discorso intriso di retorica che inneggiava alla conquista coloniale della Libia: “La grande proletaria si è mossa”.

Sembra che Pascoli non riuscisse ad essere poeta se non all’interno di quel distacco traumatico che lo aveva condotto a Matera, a Messina. E forse della cosa ne era pure consapevole se nei Primi poemetti egli stesso scrive: «Io sono il solo dei viventi, / lontano a tutti ad anche a me lontano».

Tragiche furono anche le sue vicende familiari, quelle che poi incisero maggiormente sulla sua vita. Nel momento in cui stava per sposarsi con Imelde Morri, annullò le nozze. Voleva vivere nella sua famiglia di origine in quello che chiamò il “nido di Castelvecchio”, un progetto che non trovò il favore di entrambe le sorelle che avrebbero dovuto seguirlo. Il fallimento di questo progetto familiare gettarono il poeta nello sconforto, trascinandolo nel baratro della dipendenza dall’alcool. Si ammalò quindi di cirrosi epatica, una malattia che lo condusse in breve alla morte. Giovanni Pascoli morì a Bologna all’età di 56 anni. Era il 6 aprile 1912.

«Un desiderio che non ha parole / v’urge, tra i ceppi della terra nera / e la raggiante libertà del sole».

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La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.