Una bella domenica notte

Esiste la realtà ed esiste il sogno.

Quest’ultimo, a volte, può anche diventare incubo e la realtà, per molti, spesso purtroppo lo è.

E quando questo accade, sono i sognatori a salvarli.

“God save the dreamers”, insomma, e la morale di “Una domenica notte”, in soldoni, sembra essere proprio questa.

Antonio Colucci è un regista indipendente di film horror di una provincia italiana non meglio definita. Il suo unico film, anni addietro, ha trovato distribuzione solo in Germania. Ecco perché tutti lo reputano un “povero illuso”, quell’artigiano della macchina da presa che realizza spot pubblicitari che vorrebbe fossero “d’autore” e che puntualmente finiscono con lo scontrarsi con l’incultura di una società che vuol sapere tutto salvo poi non conoscer nulla, inconsapevolmente ignorante e nonostante questo convinta di essere per questo regista, che sia esso partner o fratello, amico o collega, parente o consulente, l’unica fonte di sostentamento, umano ed economico.

Ma non è così, perché è vero esattamente il contrario. E’ Antonio Colucci, di fatto, il “deus ex-machina”, l’uomo giusto al momento giusto, colui che nella sua apparente inettitudine riesce a ricomporre un mosaico umano desolante ma purtroppo realistico. E lui è in grado di farlo proprio perché non ha mai smesso di sognare, perché non ha mai accettato di rassegnarsi alla frustrante routine della quotidianità, che affossa le passioni e omologa, un po’ come sta riuscendo di fare alla fiction in tv con i film sul grande schermo.

Non a caso, “Una domenica notte” è al contempo un affresco di vita contemporanea collettiva, che dallo spaccato di provincia assurge a ritratto universale di un’umanità che ha smarrito il senso di sé, e un omaggio al cinema, alla proverbiale capacità della settima arte di aprire la mente e indurre al viaggio, di stimolare l’immaginazione, di allenare la fantasia alimentando la passione per il domani, quello in cui Antonio Colucci, chissà, potrà finalmente realizzare il suo film, la storia semplice di un guardiano del cimitero, che tutti declassano a “becchino”, alle prese con gli zombi.

Ma la storia del suo film non è tutta qui, ha un senso in più – che non va svelato – che alla fine forse coincide con quello amaro di una società che potrà scamparvi solo se sarà in grado di trovare sé stessa nella sua elementare semplicità.

La soluzione è dietro l’angolo, alla noia di UNA DOMENICA, dal giorno alla NOTTE, si può trovare nuova linfa, se solo ognuno s’interrogasse su quanto, a seconda delle proprie capacità e possibilità, potrebbe essere davvero d’aiuto al suo omologo più prossimo.

Chi conosce Andrisani sa che c’è molto di autobiografico nel Colucci protagonista del film, non a caso ne firma anche il soggetto e, in collaborazione col giovane regista Giuseppe Marco Albano, la sceneggiatura, ma sa anche che il suo essere controcorrente è l’emblema di quegli intelletti e di quelle culture che non si rassegnano alla massificazione dei sentimenti, intesi questi in senso lato.

E la regia di Albano è l’ottimale spessore che un concetto simile merita: giovane e quindi fresca, ma al contempo ferma e sicura, essenziale e senza virtuosismi ma non a digiuno di stile.

Così questo binomio artistico, iniziato anni fa con un cortometraggio patinato ma efficace  (“Il cappellino”, ndr) poi continuato sulla scia intermedia tra commozione e surreale (“Xie Zi”, ndr) fino alla graffiante satira (“Stand my me”, ndr), apprezzatissimo dal pubblico e pluripremiato dalla critica (“Stand by me” ha vinto il Nastro d’Argento), ora ha raggiunto il livello superiore del lungometraggio, difficile e sfidante, riuscendo, se si va oltre qualche perdonabile calo fisiologico nel costrutto cinematografico della vicenda narrata, a far sorridere e commuovere per poi far riflettere, anche sul fatto che spesso la chiave di volta è ciò che temiamo di più, il diverso come il domani.

E questo vale anche per i due produttori della Camarda Film, Paolo Leone e Angelo Viggiano, bernaldesi come Albano, mentre Andrisani arriva con collaudata esperienza di attore, soggettista-sceneggiatore e co-regista, dalla Matera città del cinema, che hanno creduto in un’operazione tutta indipendente, nell’intento e nella resa, oltre che nella storia stessa, trasformandosi nella sintesi di ciò che oggi manca al cinema italiano: la capacità di raccontare – salvo sporadici ma fortunati casi – storie sincere e semplici come “Una domenica notte”, grazie anche ad un cast non stellare, ma forse proprio per questo naturalmente efficace. Un risultato corale nonostante la storia veda spesso al centro esistenze distinte e lontane tra loro, che fanno difficoltà a trovare contatto.

Supportate gente, supportate! La coppia Albano-Andrisani ha ancora tanto da dire; e lasciamo che dopo la domenica notte arrivi anche il lunedì mattina.

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<p>La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.</p>