Una separazione

Due coniugi iraniani ottengono il permesso di espatrio ma, al contempo, chiedono il divorzio. Simin, la moglie, vorrebbe portare la figlia fuori da questa patria dittatoriale. Ma la bimba viene affidata al marito Nader, che vorrebbe restare in Iran ad accudire il padre affetto dall’Alzheimer. Bisogna seguire l’anziano durante gli orari di lavoro di suo figlio, perciò viene incaricata una badante incinta, già madre di una bambina di 5 anni, che lavorerebbe all’insaputa del proprio facinoroso marito.

Questo sarebbe l’incipit. Senza violare il politically correct dovremmo affermare che, come una sorta di Alzheimer, potrebbe spaesare gli spettatori non abituati ai volti dei bravissimi interpreti dell’intreccio, volutamente condotto con ritmo piatto per contrapposizione culturale (e di budget) ai frenetici montaggi delle pellicole occidentali. Eppure, le affinità con le filmografie connazionali finiscono qua. Da questo punto in poi, non sarebbe corretto spoilerare nulla riguardo il meritato premio Oscar come miglior film straniero.

Fino ad ora, il cinema iraniano era giunto agli occhi delle platee internazionali unicamente con il “neorealismo metacinematografico” di Abbas Kiarostami (“Dov’è la casa del mio amico”, “Close-up”), genericamente accessibile solo ad un pubblico essai. Il regista Asghar Farhadi, già apprezzato regista di “About Elly”, è un suo allievo e, rispetto al suo maestro, è riuscito a compiere un balzo in avanti: prima che dai critici, è riuscito ad ottenere l’approvazione di un pubblico straniero quindi disabituato a questo genere di opere. Non a caso, il popolo web, sin dall’estate 2011, lo ha eletto come film dell’anno nelle classifiche di imdb.com. Per riuscire in quest’intento, la strategia è stata semplice: omaggiare due maestri universalmente riconosciuti: sia il maestro inglese della suspence Alfred Hitchcock che il “culto dell’ambiguità cerchiobottista” dello statunitense Martin Scorsese (o il suo fido sceneggiatore Paul Schrader).
Da un lato, Farhadi infarcisce il copione di Nader y Simin (titolo che, già in partenza, rappresenta una dicotomia) con tutti i meccanismi di tensione già illustrati 50 anni prima dall’autore di “Vertigo” e “Psycho”: esiti imprevisti ed imprevedibili; individui inoffensivi coinvolti in congiure e situazioni al di sopra delle loro apparenti possibilità; presagi basati sul non-visto; rischii scampati per un pelo; mancate catarsi (della serie “pare tutto risolto, invece …”); buoni che vengono sospettati come cattivi; ecc … Lo zio Alfred catalogò questi procedimenti, estrapolandoli dalle detection mediante indizi dei gialli di Agatha Christie o Sherlock Holmes e li adattò a ogni genere filmico, dalla commedia al melodramma fino a creare il thriller.
Dal regista statunitense, invece, si è ispirato per trarre quello stile dove ogni personaggio non è particolarmente colpevole o innocente e tutto ciò mantendendo – attenzione – un senso dell’insieme coerente, oltre ad un doveroso sviluppo avvincente. Ed un’inesorabile amore per la giustizia. Proprio come in “Taxi driver”, all’insegna delle dicotomie relativiste: non abbiamo risposte, solo dubbi. Insomma, uno spettacolo del quale si può affermare tutto ed il contrario di tutto.
I bambini, per età anagrafica più che mentale, non muovono un muscolo eppure spesso sembrano il vero fulcro della vicenda; le donne implicate nella storia – obbligate a recitare con foulard vari anche quando le scene si svolgono all’interno delle mura domestiche – ritirano quasi sempre l’appoggio alle iniziative dei loro uomini che, a loro volta, promettono una guerra per poi ripiegarsi su sè stessi dopo aver intrapreso ogni iniziativa. Coi suoi giudici ultra-sbrigativi (un italiano non crederebbe ai suoi occhi) il regime appare ultraconservatore, nonostante sia poco amato dall’imperialistico governo USA perchè vorrebbe istigare un elevato rigore morale sì, ma basato sul Corano. E gli odierni persiani farebbero perfino la figura dei cittadini a loro modo integerrimi e nemmeno così ingiusti come sembrano: ma l’onesta si tramuta in un’arma a doppio taglio che non porta, ogni singola volta, ad un epilogo rassicurante o, per lo meno, consolatorio.

A differenza di quanto avvenne in “Le pagine della nostra vita”, “Away from her” o nel coreano “A moment to remember” (inedito qui da noi) il terribile morbo viene qui affrontato in quantità esigua e apparentemente sconcertante. Sicuramente non dà l’impressione d’un tema trattato pretestuosamente come in “L’alba del pianeta delle scimmie”. Può anche essere che, trasversalemente, venga rappresentata una nazione letteralmente afflitta dall’Alzheimer, dove i pochi cittadini salubri rimasti sarebbero convocati a decidere se abbandonarla in un ospizio (quell’area chiamato Medio Oriente dal quale la moglie vorrebbe emigrare) dove la vita partorisce con difficoltà, oppure accudirla (anche scendendo a compromessi) e addirittura lottare per una sua ardua ripresa. Tale interpretazione, fortunatamente, non è stata considerata dalla granitica censura iraniana. Laggiù non taglierebbero le sequenze: vista anche la scarsa esportabilità delle loro opere, stroncherebbero le produzioni sul nascere. Anche la censura statunitense si è mantenuta sul PG-13 (equivalente al bollino giallo nostrano).

Sembra un film sociale, poi si insinuano le sembianze da film di genere, mantendendosi sempre un passo fuori da qualsiasi genere cinematografico! E’ un film sulle dinamiche familiari? O sulla giustizia nella miserevole società iraniana? O sull’Alzheimer? Magari è tutte è tre le cose assieme. Forse nulla di tutto ciò. Tratte le somme, ogni personaggio ha un epilogo aperto, senza scivolare in passaggi narrativi e tratti caratteriali psicologicamenti incongruenti a vuoto: una lezione che il cinema italiano, col suo pur dotato Crialese di “Terraferma” (era anch’esso in gara per gli Oscar) farebbe meglio ad apprendere.

Dal punto di vista del linguaggio filmico, ci sono un paio di carrellate magistrali, degne d’un film dal bugdet più cospicuo. Qualche critico europeo ha mitigato l’entusiasmo (di coloro che lo paragonavano ad un moderno “Rashomon”) chiedendosi cosa ne sarebbe venuto fuori se un produttore statunitense l’avesse smaltito/sveltito, per tenere ancor più desta l’attenzione dell’oramai smaliziato pubblico mondiale. Infatti, oltreoceano qualcuno ha sussurrato l’idea di un remake: chissà cosa ne verrebbe fuori estrapolando tale fabula dal suo sottotesto “indigeno”.