Un’ipotesi

Se si dà un’ occhiata alla crescita dell’ economia italiana degli ultimi 10 e più anni, ci si rende conto che occupiamo da tempo gli ultimi posti nelle statistiche europee. Sono sicuramente molteplici le concause che contribuiscono a spiegare questo non invidiabile primato e, peraltro, è difficile stilare una precisa classifica in termini di spiegazione del fenomeno; ma ormai tutti gli osservatori riconoscono che la qualità oltre che l’ intensità degli investimenti giocano un ruolo rilevante.
Per esempio si può tranquillamente affermare che l’ intensità è sicuramente il fattore caratteristico degli investimenti effettuati nel nostro Paese nel trentennio ’50 –’70.
La crescita del nostro Paese, in quel periodo, fu fortemente trainata dalla necessità di dotare il Paese di infrastrutture moderne: l’ intervento statale fu assolutamente preponderante e quegli investimenti consentivano una forte accelerazione della produttività che si trasmetteva in un incremento del reddito distribuito ai cittadini e per questa via un generale incremento del benessere collettivo, pur con una crescita disomogenea tra le varie aree geografiche che peraltro ancora perdura. L’Italia di quel periodo potrebbe paragonarsi alla Corea del Sud odierna; una crescita, cioè, caratterizzata da forti contraddizioni ma in grado di raggiungere delle eccellenze in importanti settori economici.
Quelle enormi disponibilità di risorse pubbliche si sono oggi esaurite.. Il nostro Paese ha accumulato un’enorme stock di debito che, a parere di molti studiosi, è la madre di tutte le cause dell’ allontanamento dal trend di crescita.
Ma, si può obiettare, lo Stato può continuare a svolgere un ruolo importante nell’ economia di un Paese anche senza gestire direttamente le aziende; non c’è contraddizione tra essere debitore e investitore nello stesso tempo. E’ verissimo! se lo Stato si indebita verso i risparmiatori, nazionali ed internazionali, e impiega le risorse ottenute a prestito in modo produttivo, il sistema continuerebbe ad essere in equilibrio e continuare in un trend di crescita!. E’ proprio questo il problema! La spesa pubblica odierna è qualitativamente assai differente; è assorbita, quasi totalmente, dalla spesa corrente( stipendi pubblici, apparato della pubblica amministrazione, interessi sul debito, etc.) che come è intuibile, hanno scarso impatto sul miglioramento complessivo della produttività di un sistema economico.
E’ anche vero che i cicli economici sono caratterizzati da differenti qualità della spesa pubblica: ad una fase di accumulazione (anni ’50-’60 e ’70) sono succeduti anni di consolidamento in cui dovrebbero prevalere criteri di miglioramento della qualità dei servizi dai trasporti pubblici, alla sanità, all’ istruzione, del sistema della giustizia; in sostanza al miglioramento della qualità della vita di un’ intero Paese si sacrifica l’ aumento del tasso di produttività…Se oggi questa qualità non è così evidente, si può discutere se imputare, questa carenza, ad errori dei nostri politici, ad errori dei nostri sindacalisti, allo scarso peso della meritocrazia in tutti i settori della vita sociale, in primo luogo di quella pubblica…ma questi discorsi sulle responsabilità del passato è stato già affrontato innumerevoli volte…
Condivido le tesi di chi sostiene che è assolutamente indispensabile ed urgente che un soggetto economico (l’ impresa) recuperi il ruolo, che è stato dell’ apparato pubblico negli anni ’50-’70, di effettuare investimenti tesi a migliorare la produttività: investire cioè in nuovi processi e in nuovi prodotti, ovvero di avviare un grosso processo di riconversione industriale,coinvolgendo università, associazioni di categorie e singole imprese, teso a migliorare l’ offerta dei prodotti made in Italy. La Germania, che sulla qualità dei prodotti ha sempre investito molto, rappresenta oggi il più grosso esportatore al mondo in relazione al proprio PIL. La capacità della Germania di innovare soprattutto nei macchinari, cioè in quei prodotti che migliorano il processo produttivo, ha costituito un forte deterrente per le aziende delle tigri asiatiche che non riescono a tenere il passo innovativo delle aziende tedesche; cioè la Germania si è ritagliata una nicchia di eccellenza nei mezzi di produzione…
Ma si dice la dimensione delle nostre aziende è tale che investire in ricerca e sviluppo rappresenta un onere insostenibile; il nostro tessuto produttivo è costituito da un quantità di aziende di piccole e medie dimensioni pari a 2 volte quello francese e 2,7 volte quello tedesco!. Perciò bisognerebbe individuare un meccanismo che si addica ad un sistema economico con le nostre caratteristiche…Non sarebbe inopportuno ricordare l’ esperienza giapponese. In quel Paese il Ministero dell’ economia , del commercio e dell’industria (METI), si propone di acquisire, dietro congruo compenso, i brevetti che riguardano, indifferentemente, miglioramenti di processi o di prodotti che siano ritenuti di interesse nazionale. Lo scopo è rendere disponibile alla maggior parte delle aziende dello stesso settore quell’ innovazione per diffondere più rapidamente possibile l’incremento di produttività.

Questa è una opportunità che si offre a tutte le aziende, ma non ha carattere obbligatorio; il principio è: chi introduce una innovazione è premiato finanziariamente e quindi è motivato a cercare continuamente di migliorare sia i prodotti sia i processi; ma il sistema si avvantaggia se quell’ innovazione è introdotta rapidamente nell’ apparato produttivo di tutto il Paese o di tutto un sistema… Questo modus operandi potrebbe essere fatto proprio, non solo da un singolo Paese, ma addirittura da un’ intera area economica (la zona dell’ euro), così che potrebbero avvantaggiarsi proprio quelle realtà, che come l’ Italia sono caratterizzati da un apparato produttivo di aziende troppo piccole per pensare di dedicare autonomamente risorse per la ricerca (guarda caso tutti i Paesi periferici dell’ euro, soffrono dello stesso problema a cominciare da Spagna, Portogallo, Grecia, Irlanda e tutti gli Stati dell’ est europeo).

I Paesi di diversa tradizione industriale e con apparati produttivi costituiti da aziende di dimensioni medio grandi potrebbero avvantaggiarsi di un miglioramento complessivo della produttività di tutta l’area economica ( ..l’ipotesi sottostante è che tali Paesi abbiano l’opportuna lungimiranza!), perché come abbiamo visto le economie dei Paesi della zona euro sono più intersecate di quanto si pensi; i problemi di uno Stato come la Grecia o l’ Irlanda o l’ Italia sono volenti o nolenti problemi di tutta l’ area euro!

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La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.