Up patriots to arms! Il richiamo di Franco Battiato

Mentre mai come ora l’intero sistema-Mondo sembra vacillare, a stimolare una forte presa di coscienza da parte di un’opinione pubblica massificata da comunicazioni spesso distorte e troppo superficiali forse può davvero riuscirci l’arte. La musica, ad esempio, in alcuni casi sembra incarnare nuovamente, e come sempre dovrebbe avvenire, quel suo ruolo catartico, mirato al risveglio collettivo, alla consapevolezza dell’io sociale contrapposto al D-io ego. E Franco Battiato è l’artista che in Italia forse interpreta al meglio questo ruolo, con discrezione e destrezza, con la poesia e il lirismo e senza slogan di facile impatto, con un sense of humour impareggiabile e un’eleganza stilistica e formale che hanno reso il suo pop anticonvenzionale da sempre, se pure efficacissimo a livello comunicativo, come dimostrano le migliaia di persone che puntualmente  lo seguono dal vivo, data dopo data, sera dopo sera.

L’ultimo tour, “Up patriots to arms”, è l’emblema concettuale e materiale di quanto detto fino ad ora: un ritorno sui palchi di che avverte il disagio di un popolo che ha smarrito il senso delle parole, e con esso quello dell’esistenza, e che lo tiene vivo con la sua capacità di arrivare dritto al cuore, al sentimento come comune sentire, e di elevare il pubblico a un livello superiore. Il titolo stesso rappresenta già di suo questo intento, recupera un successo di tre decenni fa e lo trasforma in incitamento, mostrando tutta l’attualità sorprendente di tutto il suo bagaglio compositivo e autoriale, tale perché sempre all’avanguardia. Non a caso l’artista siciliano, due sere fa, ha aperto il concerto all’Arena del Mare di Bisceglie con questo brano, title-track di una scaletta virata verso il rock, la veste live che meglio rende evocativa la sua musica, accompagnato dal classic-combo chitarra/basso/batteria/tastiere/piano, e in aggiunta un quartetto d’archi reso di spicco in una breve, ma comunque efficace, parentesi orchestrale a metà serata (apertasi con “Segnali di vita”, poi proseguita con “Je entend siffler le train”, “La canzone dei vecchi amanti”, una “Povera patria” da brivido e “Prospettiva Nevskij” che man mano ha riportato la serata ai registri “potenti” dell’inizio). Nell’arco di due ora di musica quasi ininterrotta, Battiato ha proposto 29 canzoni, le più note degli ultimi tre decenni di attività, o meglio, tutte note (solo per esempio “No time no space”, “Un’altra vita”, che lui definisce come se fosse stata scritta oggi, “Shock in my town”, “Inneres auge”, col pubblico in ovazione, ed ancora “La cura”, apripista di una seconda parte da togliere il respiro con “I treni di Tozeur”, “La stagione dell’amore” reinventata su un loop elettronico con cassa house in 4, “L’era del cinghiale bianco”, “Voglio vederti danzare”, “Summer on a solitary beach”, “Cuccuruccucù”, fino alla chiusura dopo una fugace uscita, con “Centro di gravità permanente”, ma solo per dirne alcune).

A 65 anni, insomma, Battiato resta giovane e giovanile, nell’attitudine e nel pensiero, ironico e colto e mai scontato, risultando, per dirla alla Celentano, più rock di tanti rocker o finti tali che da decenni, spacciandosi così, dominano il panorama musicale italiano. Anche Battiato domina, ma in silenzio, senza strilli o squilli, senza artifici o sensazionalismi, senza raccontarci dei check-up ospedalieri o del suo stato mentale ma cercando, al contrario, di professare il senso della vita, del quale fa sicuramente parte anche la sua musica.

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La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.