Urbicidio: uccidere una città

“Carthago delenda est”, insegnata a generazioni di liceali come tipico esempio di subordinata perifrastica passiva, è una celebre frase di Catone il Censore che poneva come primo obiettivo dell’agire romano la distruzione di Cartagine. Catone morirà nel 149 a.C e solo tre anni più tardi Cartagine fu effettivamente distrutta, al termine della terza guerra punica. E così Cartagine, la possente regina del Mediterraneo che aveva fatto tremare Roma, fu rasa al suolo. La città fu sistematicamente bruciata, le mura abbattute, il porto distrutto. L’aratro fu passato sulle rovine della città, ed i solchi furono cosparsi di sale in modo tale che nulla potesse più crescere sul suo suolo. Di Cartagine non restava più neanche un filo d’erba. I suoi 50.000 abitanti superstiti furono venduti come schiavi.

Scipione l’Emiliano, il console a capo delle truppe romane, non riuscì a trattenere le lacrime di fronte all’arido campo vuoto che si stendeva al posto della splendida città di Cartagine: un giorno, pensò, la stessa sorte sarebbe toccata alla sua Roma.

Un urbicidio a tutti gli effetti, perpetrato 21 secoli or sono. Eppure il termine è un neologismo entrato nella lingua italiana solo a seguito degli urbicidi della guerra nell’ex Yugoslavia, in città come Mostar e Sarajevo, nei primi anni 90.

Il nostro linguaggio, prima di allora, non aveva sentito il bisogno di tale termine. Possiamo abbozzarne una motivazione. Abbiamo alcuni urbicidi nell’antichità: Gerusalemme, Gerico, Troia, Cartagine. Nei secoli successivi però, e fino alla seconda guerra mondiale, non abbiamo resoconti storici di totali distruzioni di città. Le guerre si combattevano nei campi di battaglia, lontano dalle città, e vi prendevano parte gli eserciti. Anche quando una città poi veniva assediata, conquistata e saccheggiata, la distruzione che ne ricavava era collaterale: l’obiettivo degli eserciti erano i bottini di guerra, i prigionieri, il controllo del territorio.

La città diventa obiettivo e quindi vittima di un’uccisione premeditata, quando assurge a simbolo. La distruzione di Cartagine significò per Roma la definitiva sconfitta dei rivali e l’imposizione di una incontrastata supremazia. E prima dell’epoca moderna, quando toccherà fra le altre, a Dresda, Hiroshima e Sarajevo solo le orde di Gengis Khan e dei mongoli compirono devastazioni chirurgiche per distruggere fisicamente le città, cancellarne traccia, spazi e relazioni, e lasciandone campi incolti. Per un popolo nomade e anti-urbano la cancellazione delle città era il simbolo della loro vittoria.

La ricomparsa degli urbicidi si ebbe nel 1939. Il primo settembre, il giorno che sancisce l’inizio della Seconda Guerra Mondiale, la Germania nazista attacca la Polonia, e a scopo esclusivamente terroristico bombarda, annientandolo, il centro storico di Wielun. Stessa sorte sarebbe toccata sei anni dopo ad alcune città tedesche. A scopo terroristico, per abbattere il morale dei tedeschi fu scientificamente progettata la distruzione di tutti gli edifici di valenza storica delle più importanti città. Colonia perse il 90% degli edifici in pochi giorni, e dei suoi 1900 anni di storia non rimase nulla se non il campanile della Cattedrale, lasciato in piedi per una mera motivazione tecnica: era utile ai piloti per orientarsi. Dresda vide 25.000 edifici storici sbriciolarsi sui 28.000 che la formavano.

La città non era più vista come un insieme di muri ed edifici. Era ormai chiara la materializzazione del percorso storico di un popolo negli edifici che costruisce e abita, l’urbanistica degli spazi di relazione, la socialità dei luoghi,le abitudini visive e di frequentazione, e  l’identificazione dei cittadini nella propria città. Uccidere una città significa lasciare tutti i suoi abitanti orfani, per sempre.

A Colonia è stata offerta degna sepoltura al cadavere della città. Le macerie sono state raccolte in un unico luogo, fino a formare una collina artificiale. Quando i turisti più sprovveduti chiedono che fine abbiano fatto le antiche chiese, i palazzi e la storia di Colonia, mestamente gli abitanti indicano il sottosuolo: quella città è morta, ed è sepolta.

Gli ultimi urbicidi sono stati, come detto, quelli della ex Yugoslavia. Qui le città avevano chiari segni e simboli della loro multi etnicità, nelle architetture, nei luoghi di culto, nella toponomastica. Nella creazione di uno Stato mono-etnico, non poteva esserci spazio per evidenti manifestazioni di altre etnie e culti. Uccidere Sarajevo, Belgrado e Mostar ha significato uniformare, rendere omogeneo il substrato per poi costruirvi secondo i dettami di una sola cultura.

Le città sono la materializzazione più evidente delle persone che l’hanno abitata nel passato e che la abitano nel presente. Mutano di continuo, vengono curate, ferite, e a volte uccise. Non avere cura della nostra città è non avere cura di noi stessi.

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<p>La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.</p>