Utopie e piccole soddisfazioni

Un viaggio all’inferno andata e ritorno, forse.

Per ritornare indietro, infatti, occorre riuscirci, trovare la volontà di risalire dopo aver conosciuto la parte peggiore di sé stessi, accantonando l’utopia di essere i migliori e riscoprendo, al contrario, le piccole soddisfazioni.

Se si volesse parlare sinteticamente dell’ultimo disco di Bologna violenta, appunto intitolato “Utopie e piccole soddisfazioni”, basterebbero queste poche parole, ma la nuova release discografica della one-man band di Nicola Manzan, il terzo di una carriera sia da solista che da polistrumentista attivo in diversi sodalizi musicali alternativi della Penisola, tra cui Il teatro degli orrori, merita un approfondimento maggiore, a partire da quell’inferno citato all’inizio.

Sia chiaro, questa non è una metafora di matrice dantesca. Il “regno dei dannati”, in questo caso, è quello terreno, contemporaneo, italico per paradigma ma globale per essenza.

Attraverso gli estremismi del grindcore cui ci ha abituati fin dall’esordio con questo marchio, infatti, il 36enne trevigiano traccia un ritratto quasi tutto strumentale del mondo in cui viviamo: cupo e convulso, fuorviante in modo perverso, subdolo nel portarci fuori strada per mettere in evidenza la distrazione che caratterizza la nostra quotidianità che, allontanandoci dalla concretezza, ci ha portati ad essere spettatori inermi di un declino immeritato.

Un percorso narrativo ideale articolato in 21 tracce contenute in un disco che dura poco più di mezz’ora. La diagnosi di un male oscuro della società si apre con un campione audio tratto da un discorso di Saragat, “Incipit” – come si chiama il brano – di questo viaggio, a rappresentare l’attitudine utopica con cui l’Italia si è mossa nei decenni fino ad oggi, quando si è trovata in preda alla vacuità assoluta. E la musica, per quanto estrema, prima sconvolge, poi coinvolge, affascina nel suo essere maledetta, colpisce e alla fine ci convince di quanto è opportuno trovare una svolta, possibile per quanto difficile, come simboleggiano quelle aperture orchestral-melodiche e catartiche che costellano qua e la questa produzione.

Un lavoro concettuale, insomma, che usa distorsioni sonore e riff tiratissimi, sporadici episodi vocali e archi sinfonici per parlare all’orecchio dell’ascoltatore in modo incisivo, pur senza parole.

Gli unici episodi cantati di “Utopie e piccole soddisfazioni”, infatti, sono “You’re enough” con Jay Randall, voce della band grind statunitense Agoraphobic Nosebleed e “Valium tavor serenase”, reinterpretazione di un brano tratto dal primo album dei CCCP (“1964-1985 Affinità-divergenze fra il compagno Togliatti e noi del conseguimento della maggiore età”, ndr), cantata da Aimone Romizi dei Fast Animals And Slow Kids, a loro volta uniche guest del disco.

Proprio al fine di rendere al meglio il senso di questo concept originale e senz’altro insolito per il panorama – anche alternative – tricolore, Nicola Manzan – intervistato da F052 – si è concesso in modo molto disponibile all’approfondimento:

L’incipit lancia subito l’idea di un disco impegnato: discorso di un premier sullo stato; l’Italia ha bisogno di questo dopo che per questo è finita nella situazione attuale?

N.M. Non so di cosa abbia bisogno l’Italia in questo momento. Mi sento di dire che avrebbe bisogno di un’onestà più radicata, a tutti i livelli, e di una classe politica che pensi alla gente normale, anche se chi sta al potere non fa propriamente parte del popolo, quindi non può realmente capire di cosa abbiamo bisogno.

Al di là di questo, ho deciso di mettere un estratto dal discorso di fine anno 1967 del presidente della repubblica Saragat proprio all’inizio del disco perché mi è sembrato da subito un insieme di utopie, di pensieri colmi di speranza e fiducia nel futuro, sentimenti che sono scemati col tempo fino ad arrivare ai giorni nostri, dove l’idea di “politica” è qualcosa di molto lontano, appunto, da questi due sentimenti.

Da notare, tra l’altro, che il presidente faceva questo discorso proprio alla vigilia di un anno (il ’68) che si sarebbe dimostrato davvero pesante dal punto di vista politico e sociale.

Inoltre, nel suo modo quasi accorato di esprimersi, Saragat ci parlava di una repubblica italiana fondata sul lavoro che era ormai una realtà consolidata, di un popolo che affidava con fiducia il governo della cosa pubblica a persone di fidata certezza democratica e di lealtà democratica degli organi dello stato. Sappiamo tutti molto bene dove siamo arrivati oggi, dove il lavoro ha preso “sembianze” molto diverse, dove la fiducia verso chi ci governa è ridotta all’osso e soprattutto ormai sono in pochi a credere che gli organi dello stato agiscano in base ad una qualche “lealtà democratica”.

Insomma, l’utopia di un paese democratico, che col passare degli anni è peggiorato notevolmente, diventando la caricatura di se stesso, dove la classe politica non rappresenta più il popolo, dove chi va al governo lo fa per interessi personali e non per una vera vocazione o per propagandare una certa ideologia.

Mi fa molta tristezza questo discorso, lo ammetto. Non servirà di sicuro a svegliare le coscienze di chi ascolta il mio disco, ma secondo me andava in qualche modo ricordato, almeno per avere un punto di paragone su quello che eravamo (e credevamo di essere) e quello che siamo diventati.

Ma il quadro che si delinea attraverso le tracce del disco, purtroppo, appare a tinte piuttosto fosche…

N.M. Il quadro è in bianco e nero, a mio avviso. Anzi, di un color grigiomarcio che ci sta rendendo tutti più menefreghisti e poco attenti a quello che ci gira intorno. Sembriamo vittime di una lobotomia collettiva, in cui qualcuno ci dice come essere, cosa fare, cosa dire, cosa comprare, ma in realtà non siamo mai felici, mai soddisfatti, tutto sembra andar male per colpa di qualcun altro, non perché noi facciamo finta di non esserci. Ormai i colori sgargianti dell’Italia sono solo nelle pubblicità in televisione, oppure negli occhi di chi viene qui a fare il turista. Siamo vessati da tasse di cui non capiamo il senso (vedi le accise sui carburanti, per esempio), la legge non è uguale per tutti (e quindi la democrazia non c’è), vige il senso di frustrazione generale in cui la parola “crisi” sembra essere un comun denominatore di tutti i settori. A forza di sentirla, questa parola perderà il suo significato, diventerà una specie di intercalare che non ci farà più né caldo, né freddo. Un po’ come la parola “mica”.

Il disco in sé, comunque, mi sembra meno grigio della realtà, ho cercato di dare qualche pennellata colorata per tentare di risvegliare i sensi. Sono comunque molti i pezzi in cui di base c’è una forte condanna di quello che succede al giorno d’oggi e l’ho fatto in molti modi diversi, magari attingendo anche dal passato, come in Vorrei sposare un vecchio, in cui un canto popolare polacco racconta la storia di una giovane donna che decide di sposare un vecchio, appunto, giusto per non doversi preoccupare del futuro (e questo mi fa pensare: ma quindi ci stiamo evolvendo o E’ sempre la solita storia, ma un giorno muori? – giusto per parafrasare il titolo di un altro brano). Oppure in Remerda ho cercato di rivedere in chiave moderna la favola di Remida, con quello che immagino potrebbe succedere al giorno d’oggi, con l’idea odierna del politico ed un finale tutto sommato meno tragico di quello che si potrebbe pensare.

Sonorità convulse ma cupe: questo disco insomma è lo specchio dei tempi…

N.M. Viviamo in una società convulsa, in cui lo scorrere del tempo è diventato molto più veloce, dove tutte le cose si succedono in modo concitato, senza aver mai la possibilità di fermarsi un attimo a respirare, sempre in cerca di qualcosa di nuovo, di diverso (ma non troppo, altrimenti ci fa paura), con il continuo desiderio di superare una noia che sembra dominare costantemente le nostre vite, ma che non è più la noia di un tempo: mi sembra che ci si sia abituati a tutto, anzi, che riusciamo ad abituarci anche alle cose più impensabili in tempi molto brevi, quindi tutto passa e diventa vecchio ed obsoleto in un attimo. Non c’è più la magia della scoperta di cose nuove, dei veri miracoli che ci capitano ogni giorno davanti agli occhi, ma tutto passa veloce sotto una coltre cupa di insoddisfazione perenne.

La mia musica è molto simile a tutto ciò, i pezzi sono in continuo divenire, la loro struttura non è mai pensata a tavolino e sono pochi i riff e le frasi che si ripetono per più di due volte. I pezzi sono continui cambi di emozioni forti, di sensazioni appena accennate che si vanno ad alternare ad altre molto forti, i ritmi sono a volte molto “quadrati” e vengono spezzati improvvisamente, messi fuori tempo, in modo da spezzare anche il respiro di chi ascolta. Il fatto di mettere gli archi come costante in tutto il disco ha anche il significato di andare a ripescare delle sonorità antiche, che riportano alla memoria sensazioni che poco c’entrano con la vita frenetica che abbiamo tutti i giorni.

Anche se le aperture sinfoniche e un finale più aperto lasciano intendere un anelito alla catarsi…

N.M. Esatto. Se da un lato le aperture sinfoniche portano drammaticità alla musica, dall’altro creano delle atmosfere che ben si adattano ad una presa di coscienza generale. E’ come se volessi a volte fermare il tempo e lasciare che le sensazioni fluiscano da sole, senza intoppi, guidate solo dall’armonia che crea l’orchestra.

Il pezzo finale è un po’ il risultato di tutto questo ragionamento. Ci si aspetta che da un momento all’altro parta la solita mitragliata grindcore, invece no, bisogna aspettare e lasciarsi trasportare attraverso tutta l’evoluzione del pezzo; un tema con variazioni, come nei tempi che furono, che, nella sua semplicità, si può evolvere in maniera diversa in base alla semplice combinazione di pochi suoni, fino a portare ad un finale liberatorio, che sa appunto di catarsi.

E forse la soluzione vera è nel titolo: Utopie e piccole soddisfazioni: serve maggiore concretezza?

N.M. Secondo me sì. Le utopie vanno benissimo, sono il motore che muove il pensiero nel mondo, sono le idee che fanno sì che il genere umano compia delle azioni così grandi da cambiare addirittura le proprie sorti (o comunque cerca di cambiarle). Ma in quanto tali (da definizione, intendo) sono un qualcosa di irraggiungibile, quindi dobbiamo cercare di ridimensionare il tutto e andare a gustarci le piccole soddisfazioni che rendono la nostra vita migliore. In altre parole, ti do completamente ragione.

Mi piace anche pensarla in maniera più generale, perché magari si pensa solo alle utopie intese come le grandi e buone idee che ci rendono tutti migliori, ma vorrei anche che ci fosse un secondo livello di lettura, in cui le utopie sono in realtà dei “sogni” o dei desideri che ci fanno fare delle scelte poco intelligenti. Penso ad esempio a tutte le persone che quotidianamente perdono il loro tempo ed i loro soldi cercando di arricchirsi con metodi scientificamente studiati perche questo non accada, come i vari gratta-e-vinci, il lotto e derivati o i videopoker.

Vedo a volte persone che buttano via un sacco di soldi tentando una fortuna che non arriverà e non si accorge di avere magari lì di fianco i loro figli che potrebbero riempire loro il cuore di gioia, se solo avessero il tempo ed il desiderio di stare con loro e di fare i genitori veri, non i sostituti delle maestre o della tv (e tra l’altro, facendo questo, risparmierebbero anche un sacco di soldi, a mio avviso).

Una cover dei Cccp: non trovi che la Musica italiana, ovviamente più nell’indipendente, stia ritrovando quella vena militante che forse nei primi anni del duemila aveva ceduto il posto a una tendenza estetica più fine a se stessa?

N.M. Mi sembra che la musica indipendente, per necessità o forse più per contingenza, sia la più vicina alle persone che non vogliono avere la testa piena solo di cazzate, ma che, visti i tempi che corrono, sentono di dover cercare da sole, o con i propri pochi mezzi a disposizione (che sono sempre comunque più di quelli che avevamo negli anni ’90, ad esempio) delle risposte alle domande (lecite) che ogni giorno si fanno. La sfiducia nella classe politica e nella televisione (che un tempo era “la verità”, ma ora è quasi puramente fiction) hanno portato le persone più giovani a cercare qualcuno che la pensasse come loro ed automaticamente sono emersi quei gruppi o quei musicisti che più erano vicini a questo modo più “militante” di fare musica e di esprimersi.

Non tutta la militanza comunque è sentita, a volte mi sembra solo ostentazione e paraculismo, ma vedo che in tanti ci credono (anzi, ci crediamo, mi ci metto in mezzo anch’io) e la cosa bella, a mio parere, è che comunque di solito non ci nascondiamo dietro a tessere di partito o ad ideologie ben definite, ma si parte dal proprio disagio generale e si cerca una via di pensiero comune nel rispetto degli altri.

La cover dei Cccp è venuta fuori per caso, ma mi sembra il pezzo perfetto da rifare, in un mondo di oggi in cui il comunismo non esiste più (tranne nella testa dei suoi detrattori), Giovanni Lindo Ferretti è passato dall’altra parte della barricata (quindi quasi tutte le nostre certezze sono ormai svanite), ma la domanda “chi è davvero normale a questo mondo?” non ha ancora trovato una sua risposta e riesce ad essere attuale ora come trent’anni fa.

Nella mediagallery il primo videoclip ufficiale tratto dal disco, quello del brano “Il convento sodomita”.

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Sono tizio e gestisco f052.it