Vedrà Singapore?

 

“Non mi fanno una richiesta del genere da almeno 6 anni” mi risponde il libraio.

C’è chi sostiene che bisogna farsi amico il proprietario della libreria. Grazie a lui e ai di lui contatti si potrà recuperare qualunque volume. Io ho un differente pensiero. Come diceva Conrad “chi stabilisce un legame è perduto”. Il tuo libraio di “fiducia” rischia di farti languire per mesi nell’inferno degli ordini inevasi.

Insomma, da 6 anni, non gli chiedono un libro di Piero Chiara. Apprendo la notizia e mi ritiro in buon ordine. Una volta, un amico che legge molto, mi disse “Chiara è troppo semplice, usa poche parole”. Avrei dovuto rispondergli che è proprio questa la sua grandezza. Solo chi è molto bravo è in grado di esprimersi con poche parole. Ma ho soprasseduto, come facevano Franchi e Ingrassia. Anche loro, d’altronde, erano semplici.

Un altro amico mi disse una volta che sino alla “Stanza del Vescovo”, cioè a circa quindici anni dal suo esordio letterario, Chiara aveva solo scritto storielle, per quanto piacevoli, solo raccontini. Per evitare che si pensi che io frequenti solo degli emeriti cretini, vi riferisco che questa era opinione anche di più autorevoli critici. Quindi ora sapete cosa ne penso di questi critici.

Lungi dal voler generalizzare, ma stando alle informazioni del libraio, nessuno legge più Piero Chiara. Posso ipotizzare ancor meno i “giovani”. Eppure sono certo che in tutte le librerie più o meno fornite dei propri genitori giace almeno uno sgualcito tascabile Mondadori dell’autore luinese.

Piero Chiara, forse meno autorevole di Brancati e meno universale di Guareschi, ha indagato la provincia italiana come pochi altri, riuscendo sempre ad intercettare il favore del pubblico. Compreso quello cinematografico (1). Quel pubblico che a quanto pare, oggi, lo trascura.

I personaggi dei suoi romanzi, spesso, all’inizio della loro storia giungono nel cuore di una provincia italiana nascosta, ostile, la cui descrizione è degna della Transilvania di Bram Stoker. Poi subentra quella irresistibile ironia, aspetto nodale di Chiara, quel gusto per il grottesco che dispensa al lettore tutte le gradazioni della risata e lo aiuta a visualizzare la miseria della provincia piccolo borghese. Tettamanzi, Vanghetta, Paronzini, Ciuffarin, Grimbelli, Merdicchione. Leggerei Piero Chiara, non fosse altro che per i cognomi dei suoi personaggi.

Con una modernità, che si apprezza ancor di più leggendolo adesso, il romanziere lombardo ha ritratto con malinconico umorismo e raffinata cura psicologica attraverso i propri personaggi una provincia ambigua e temibile ma allo stesso tempo cara e impenetrabile. In questi paesaggi, spesso sullo sfondo del “grande lago”, i suoi anti eroi si muovono alla ricerca di un riscatto fuori tempo massimo.

Vedrò Singapore è il titolo di uno dei romanzi più belli di Piero Chiara, io spero di rivedere presto i suoi libri sugli scaffali del mio libraio. File senza fine.

 

(1) Numerose le trasposizioni cinematografiche dei suoi romanzi. Ricordiamo su tutti “Venga a prendere il caffè da noi” di Lattuada con uno strepitoso Ugo Tognazzi. Il film, di cui Chiara ha scritto la sceneggiatura, è tratto da “La spartizione”. 

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La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.